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Se lo scontro decisivo
è tra Renzi e Davigo 
tocca stare dalla parte 
del presidente del consiglio

Guai se Renzi cade per effetto, diretto o indiretto che sia, di una forzatura giudiziaria. 

di Terza Repubblica | 17 Aprile 2016

È perfettamente legittimo cercare di sovvertire, sul piano politico, Matteo Renzi. Tanto come segretario del Pd quanto come capo del governo. Ma lo diciamo subito, senza mezzi termini: se la “finale” è Davigo contro Renzi, noi in quella partita stiamo dalla parte di Renzi. Abbiamo sempre giudicato Berlusconi inadeguato a governare un paese come il nostro affetto da un grave problema di modernizzazione, ma non per questo abbiamo mai messo piede nella folta schiera degli “anti-berlusconiani”, specie quando questa si alimentava di giustizialismo. Allo stesso modo, siamo stati e siamo severamente critici nei confronti di Renzi – pur riconoscendo il fatto che abbia colto l’essenziale necessità di rottamare la vecchia sinistra ideologica e sessantottina – ma non per questo cadiamo nella tentazione di arruolarci nell’esercito degli “anti”, tanto più se guidato (di fatto) da qualche magistrato o addirittura dall’intera corporazione. La lotta politica è un conto – anche con colpi sotto la cintura, mica siamo mammolette – la guerra delle procure (o di una procura, o anche di un solo magistrato) contro il potere politico è un altro. Non ci piace vedere un’inchiesta, quella di Potenza, che minaccia di deflagrare politicamente perché tenta di condizionare l’esito di un referendum cui viene data – more solito – la valenza di spallata al governo (per la verità con la complicità di Renzi, che lo ha voluto trasformare in un plebiscito). Né ci piace, sia chiaro, vedere il presidente del Consiglio mostrare una paura che non gli è propria e rinculare davanti alle toghe dicendo che “il governo non ha intenzione di mettere mano alla riforma delle intercettazioni”, dopo aver detto solo fino a poche ore prima che finalmente si sarebbe messa una pezza ad una situazione vergognosa. Il fatto è che la retromarcia, quantomeno parziale, guarda caso è arrivata proprio all’indomani dell’elezione di Piercamillo Davigo a capo dell’Anm, avvenuta sull’onda di un ultimatum al governo (“le intercettazioni non si toccano”), oltre che della scontata riaffermazione della dignità e della laboriosità dei magistrati minacciati persino dall’evocato (e non praticato) taglio delle ferie. E quella nomina, insieme con alcuni spostamenti e promozioni in alcune procure, ha fatto dire a chi vuole togliersi Renzi dalle scatole che finalmente è tornato il “pool di Mani Pulite”.

Ma abbiamo già dato, dal 1992 ad oggi, ed è il caso di dire “basta, grazie”. Come ha acutamente osservato Peppino Caldarola su Lettera43, secondo gli auspici di Davigo e dei suoi colleghi di allora, l’Italia è stata “rivoltata come un calzino”, ma è palese che si tratti sempre dello stesso calzino, solo che più consunto e con buchi non rammendati. Quei fustigatori sono riusciti a mandare in galera (qualcuno al creatore) un bel po’ di gente, hanno fatto scendere in politica alcuni pm, neppure fra i migliori (ma qui va riconosciuto a Davigo uno scettico distacco dalle esperienze dei Di Pietro, dei De Magistris e degli Ingroia), ma non ha certo cambiato in meglio il Paese. Si rubava (principalmente per finanziare la politica) allora e si ruba ancor di più oggi, e peraltro per arricchimento personale. Si governava male allora (ci riferiamo agli ultimi anni della Prima Repubblica, i peggiori di una fase storica che, invece, aveva portato l’Italia ad essere la sesta potenza economica mondiale), è un disastro di dimensioni bibliche adesso (ci riferiamo a tutta la Seconda Repubblica, in un crescendo di tragico scadimento politico e istituzionale, oltre che socio-economico e culturale).

Insomma, la contrapposizione tra magistratura e politica, con rispettive delegittimazioni, non ha fatto e non è in grado di fare il bene del Paese. Ma se “errare humanum est”, perseverare “autem diabolicum”. Dunque, risparmiamoci un’altra puntata di questa brutta storia. Per esempio, che senso ha l’adesione di Magistratura Democratica ai comitati per il No per il referendum istituzionale di ottobre? Noi siamo per il No, sia chiaro, ma non per questo ci piace vedere una corrente della magistratura (che in quanto tale non dovrebbe esistere) prendere posizione. Si vuole fare fuori Renzi? Ci sono molti modi e lui stesso offre sempre nuovi spunti. Ma sul piano politico e da parte della politica. Pensare invece di cavalcare un referendum stupido come quello di domani, inscenando una pantomima moralistica sul diritto di astenersi e dopo averlo “dopato” con l’inchiesta di Potenza che costringe ministri in carica e dimessi (senza essere stati accusati di nulla ma annientati con il volantinaggio delle intercettazioni) a sottoporsi a interrogatori (Boschi e Guidi) o a difendersi dalle calunnie (Delrio, De Vincenti), non è il modo opportuno di regolare i conti con lo spigoloso presidente del Consiglio.

Certo, secondo le analisi di Ilvo Diamanti, queste scalfitture d’immagine si fanno sentire: se a febbraio, in caso di ballottaggio, il 51% si diceva pronto a votare il Pd contro il 49% dei Cinque Stelle, oggi le percentuali si sono invertite, col 51,8% per gli adepti di Grillo e il 48,2% per Renzi. Ma cosa può nascere dopo? Sono in molti gli italiani, anche tra quelli che volentieri si libererebbero di Renzi, che pensano e dicono “tocca tenercelo, non c’è alternativa”. Noi non siamo tra questi. In politica l’alternativa si trova sempre, se ci sono serie ragioni per il superamento di un’esperienza che si giudica negativa o comunque inadatta. Ma allo stesso tempo diciamo: guai se Renzi cade per effetto, diretto o indiretto che sia, di una forzatura giudiziaria. Per l’ulteriore applicazione, dopo la strategia persecutoria nei confronti di Berlusconi e il killeraggio di Prodi via Mastella, di quella ideologia chiamata “controllo di legalità” che fin dal traumatico passaggio dalla Repubblica dei partiti ad una forma di Stato restata a dir poco indefinita, predica la supplenza istituzionale e politica da parte delle procure. Non è generico garantismo, è il (perduto) senso dello Stato che ci induce a questa vigile prudenza.

Detto questo, come dice Emanuele Macaluso, Renzi è in evidente e crescente difficoltà. Pur gratificato dalla conclusione del percorso parlamentare della riforma costituzionale, deve assistere, oltre a procure che hanno mollato il freno a mano e lo puntano minacciose, al Consiglio di Stato che ha fatto a pezzi il regolamento applicativo del canone Rai nella bolletta elettrica – primo segnale di desiderio di mettere in mora palazzo Chigi per leggi confuse, oscure, quasi sempre inapplicabili – al presidente della Corte Costituzionale che si mette apertamente contro il premier sull’invito all’astensione referendaria, al cambiamento di atteggiamento di molti media, decisamente meno allineati perché altrettanti gruppi finanziari e industriali non sono più disposti a puntare su di lui come prima. Senza contare l’effetto devastante che potrebbero avere le elezioni amministrative se, come sembra sempre più possibile, dovesse perdere a Roma, Milano, Napoli e Bologna. Farebbe bene, Renzi, non solo a prendere atto di questo stato di cose – il suo nervosismo e di quelli che lo circondano, oltre che la retromarcia sulle intercettazioni, ci dicono che ne dovrebbe essere consapevole – ma a reagire mostrando allo stesso tempo meno arroganza e più tempra. La prima, rientrando entro limiti più sopportabili, deve consentirgli di fare autocritica circa la pochezza della classe dirigente di cui si è circondato e di ammettere che la rottamazione è servita contro le persone, ma non contro la cattiva politica che invece trionfa più di prima; la seconda, se applicata, potrebbe evitare che la subalternità alle toghe diventi irreversibile, a dispetto del primato della politica da lui rivendicato (a parole). Per rimediare un po’ di tempo ancora c’è. Ma sempre meno. E questo, obiettivamente, non è colpa di Davigo.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, autocritica, berlusconi, bologna, capo del governo, classe dirigente, conti, corte costituzionale, de magistris, di pietro, elezioni, freno, governo, intercettazioni, lotta politica, macaluso, magistratura, matteo renzi, milano, napoli, palazzo chigi, pd, persone, presidente del consiglio, prima repubblica

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