La necessità, sempre invocata, di riforme istituzionali ed amministrative, in una parola strutturali, è il fantasma che attraversa tutta la storia dell’Italia repubblicana. Siamo cresciuti sentendoci ripetere che “Il paese ha bisogno di riforme”, senza che peraltro questa stagione riformista prendesse mai l’avvio, e tutto ciò che abbiamo ottenuto è stato, di volta in volta, un accordo fra le parti, del tutto parziale, assolutamente non risolutivo, certamente superficiale ma, soprattutto, mai collegato ad un processo di riforma di ampio respiro e con finalità veramente costruttive per la vita sociale ed il benessere della nazione. Oggi, siamo di nuovo alle prese con la foga riformista che come sempre, nei momenti di crisi, torna a galla ed appare come la soluzione di tutti i mali, il che poi sarebbe precisamente il fine di tale azione se fosse condotta in termini di concreta operatività. In realtà, piuttosto che evocare nuovamente il fantasma riformista, dovremmo invece chiederci se oggi, nelle condizioni preagoniche – a voler essere buoni – in cui versa la vita politica del nostro paese, sia non solo possibile ma anche auspicabile pensare ad una stagione di riforme, e la risposta a tale quesito a nostro parere è una sola: no.
L’egemonia partitocratica, frutto di un bipolarismo solo di facciata e di una legge elettorale iniqua, si fonda su una classe politica, tanto di governo che di opposizione, totalmente distaccata dal paese che invece dovrebbe rappresentare. L’Italia, di fatto, non è più una democrazia ma una oligarchia dove sono saltati tutti i collegamenti fra politici ed elettori, fra istituzioni e cittadini, fra governo e parti sociali, determinando un duplice processo di deresponsabilizzazione e di delegittimazione che ha aperto una voragine fra il vertice e la base. Dunque, ipotizzare oggi l’avvio di un processo di riforme in questa totale assenza di partecipazione e consultazione democratica, significa solo chiedere di firmare l’ennesima delega in bianco agli oligarchi che ci governano, alle lobbies che li sostengono, e rinunciare per l’ennesima volta ad avere voce in capitolo su questioni fondamentali che ci riguardano tutti e toccano profondamente la vita di tutti noi. Ma quanto vera consapevolezza c’è, nel paese, di questa situazione? Quanti siamo a porci queste domande ed a cercare risposte ad una endemica crisi del concetto di democrazia applicato alla vita quotidiana di una comunità? Perché alla fine, tutto il processo di erosione e svuotamento delle dinamiche sociali, civili, intellettuali, che determinano la vita politica di uno stato democratico, e che è culminato nella stagione giacobina e populista di Mani Pulite e nella nascita in laboratorio di un bipolarismo bastardo, peraltro estraneo alla nostra cultura ed alla nostra storia, è avvenuto con il nostro consenso e senza che ci fosse, da parte dei cittadini, nulla più che un dividersi fra opposte tifoserie sguaiate, cialtrone e belluine, sugli spalti di una presunta democrazia moderna che, in realtà, è solo l’ultimo stadio della cancrena di un consociativismo compromissorio che ha caratterizzato tutta la breve vita dell’Italia repubblicana. Se fossimo ancora in grado di trarre lezioni dal passato, dovremmo riconoscere che la grande spinta riformista che ha attraversato tutto l’Ottocento in Europa, e parte del Novecento prima della paralisi determinata dallo scontro, con relativo stallo, tra regimi totalitari e stati capitalisti, è nata dal basso, dalla saldatura fertile e fattiva fra coloro che possedevano nozioni fondamentali come quelle di diritti civili e libertà individuali, e coloro che subivano tutte le conseguenze di uno sfruttamento selvaggio della miseria e dell’ignoranza, restandone tragicamente schiacciati. La grande stagione, soprattutto in Inghilterra, delle associazioni popolari, delle petizioni continue e ripetute al Parlamento, delle assemblee nelle fabbriche e nelle scuole, in ogni luogo dove fosse possibile riunirsi e confrontarsi, ha prodotto una serie di riforme che, gradualmente, ha portato prima a correggere e poi a superare definitivamente l’obbrobrio dello sfruttamento della manodopera minorile, l’abnorme peso di orari di lavoro assimilabili alla schiavitù, l’istituzione prima e l’innalzamento poi dell’obbligo scolastico, la tutela della salute nei luoghi di lavoro, il riconoscimento dei diritti civili delle donne, la possibilità di riunirsi in associazioni e sindacati a fini di tutela nella trattativa fra parti sociali e, naturalmente, il diritto di voto per ogni individuo. La lista sarebbe ancora molto lunga, ma ciò che ci preme di sottolineare è che tutto questo processo riformista si è verificato insieme al popolo, non al di sopra del popolo, grazie all’azione di tanti che hanno messo a disposizione i loro superiori mezzi intellettuali e materiali per aiutare larga parte dei cittadini a capire, ad essere informati, a conoscere i loro diritti ed a lottare per ottenerli.
Oggi, questa situazione si è in un certo senso capovolta; l’accesso reso possibile a tutti ai mezzi di informazione, la comunicazione in tempo reale, i mezzi intellettuali e materiali cresciuti in maniera esponenziale, hanno di fatto determinato l’effetto opposto a quello che si poteva prevedere, creando una massa di assuefatti alla notizia ma del tutto incapaci di elaborarla criticamente, come se ogni evento, ogni azione, ogni accadimento non ci riguardasse ma fosse estraneo a noi ed al nostro limitato sistema di vita. L’estensione delle nostre possibilità di conoscenza ha creato un mondo piccolo, chiuso, impermeabile a tutto, invece di farci sentire la spinta alla grandezza dei nostri risultati. Ci stiamo comportando come Alessandro Magno che, giunto ai confini del mondo allora conosciuto, pianse disperatamente perché vide la fine del proprio sogno di conquista, e non seppe, non volle capire, che la grandezza della conquista era invece ancora tutta davanti a lui, nell’organizzazione e nella gestione dell’impero che aveva assemblato e che infatti non gli sopravvisse. Viviamo la quotidianità ammantandola di banalità, colmandola di piccolezze, senza più chiederci – se mai lo abbiamo fatto – il senso della nostra partecipazione effettiva al mondo che ci contiene; siamo soprammobili messi sugli scaffali della democrazia, necessari a fare scena ma del tutto inerti, decorativi ma in fin dei conti superflui se non a certificare la vuota forma del rito elettorale quando siamo chiamati a parteciparvi. Se non riusciamo a scuoterci da questa endemica agonia in vita, se non siamo in grado di ricominciare a percepire un senso vero e fertile della nostra natura di cittadini, di elettori, di individui in grado di dare un contributo determinante alla vita del nostro paese, ma soprattutto se non ricominciamo a ragionare sul concetto di stato, di vita repubblicana, di appartenenza, di rappresentanza democratica, che si facciano riforme o meno non fa alcuna differenza. Passeranno sulla nostra testa, saranno il frutto dell’ennesimo inciucio, ed a noi resterà solo la certezza di aver perso ancora una volta la possibilità di incidere concretamente sulla vita di questo paese, dunque sulla nostra vita. Serve un risveglio delle coscienze, di questo, e non di riforme, in questo momento abbiamo disperatamente bisogno. Quanto ciò sia possibile, lascio a voi deciderlo.
Chiara Boriosi

Sì, però è stata sempre la disperazione a orientare il fare….
Marzio, io invece penso che si possa e si debba prescindere dalla disperazione, come la definisci tu, ripartendo da una forma di ragionamento critico e costruttivo di cui, mi pare, si son perse le tracce. Sabato sarò al Congresso regionale dei liberali a Firenze, che ne dici di partecipare anche tu?!
Resta il fatto che per passare da pochi a molti, leggasi per sapere cosa ” costruire “, si deve ricorrere alla disperazione altrui, ossia accettare il gioco cattolico. Il cattolico ha sempre una fame maledetta di disperazione, è il suo pane e poiché in questa parte del mondo è merce rara se la cerca e la importa. Se non vogliamo indossare i panni dei laici otto-novecenteschi indorati di valori etici, dobbiamo essere coscienti che senza la disperazione altrui noi non sappiamo più cosa “costruire”, ossia cosa ri-formare. Perciò ho molti dubbi nell’impegnarmi a “costruire” e ri-formare spinto dalla disperazione altrui in cambio di nessuna ” evangelizzazione “. Le mie apparenti astrattezze forse sono più concrete delle astratte concretezze di chi crede di andare al sodo delle questioni.
Caro Marzio, forse non si capisce bene – e nel caso è colpa mia – ma anche da ciò che ho scritto negli ultimi tempi, e non solo in questo intervento, dovresti sapere che sono d’accordo con te. Che vada rinnovata profondamente la rappresentanza politica, ricostruito un concetto di partito come cinghia di trasmissione funzionante fra cittadini ed istituzioni, che si debba avere la forza intellettuale, progettuale e programmatica di pensare ad un grande disegno riformista, sono tutte cose con cui concordo pienamente. Io non penso ad una oligarchia di “pochi ma buoni”, penso che i pochi chi siamo noi in questo momento debbano invece impegnarsi secondo le proprie possibilità per diventare i molti di cui ha bisogno questo paese.
Il problema, Chiara, è che onestamente vedi nell’agire collettivo la possibilità di migliorare anche una minuzia della nostra vita, e quindi credi alla politica. In teoria però, perché lo stesso titolo ” Se il quadro è scadente, cambiare la cornice non serve ” a cosa allude se non ai limiti invalicabili dei valori sociali filtrati dai non valori politici? Il riformismo è una bella parola, ma quando ristagna prende la deriva azionista del “pochi ma buoni”. Io invece sento il problema di veri, nuovi e rappresentativi partiti di massa, di una rappresentanza che non si creda di garantire col tritato locale di partitini in cui come sempre si entra la mattina usceri e si esce la sera segretari. Il riformismo dei passettini non esiste, o sta un grande progetto storico che permea ogni poro della società zittendo il battibecco che si spaccia per scontro politico o non sta nulla. Anche se riformismo e rivoluzione sono storicamente antitetici o il riformismo ha un movente rivoluzionario o la palla ritorna alla rivoluzione. Ora io non vedo alcun riformismo mosso da un movente rivoluzionario che oggi dovrebbe rispondere a poche domande tutte allocate sul dubbio che il verbo “costruire” in senso lato possa aver perso per sempre la sua positività. Dilemma mai affacciatosi nella storia e che pure oggi ci tocca. Bando agli intellettualismi, ma se il “costruire” diventa una categoria infida, materialisticamente e eticamente infida, che riformismo ci resta? M.S.
Marzio, tu mi insegni – e dunque non devo tornarci su – la differenza non piccola fra azionismo e riformismo, nell’accezione migliore del termine. Credo invece che ci necessiti, e lo ribadisco, una cultura di partecipazione civile e democratica che in questo paese non è mai stata insegnata.
Attenti però ai rigurgiti e ai miasmi elitari del proto politically correct azionista, capitolo del libro tutto da scrivere ” Ascesa e declino della retorica repubblicana “. In politica in valori etici dovrebbero essere una scoperta involontaria non il corredino iniziale. E attenti allora che un Bertinotti non ritrovi le sue ragioni.