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Se il futuro dei giovani è di fatto già passato

di Fabrizio Binacchi | 3 Febbraio 2013

Appena passata la stagione elettorale, se non vogliamo far passare un altro anno inutilmente sarà il caso di mettere in tutte le agende possibili una bella nota in neretto: emergenza futuro  giovani.

Ridare speranza2Futuro dei giovani. Due o tre dati degli ultimi giorni ci dovrebbero impensierire oltre che preoccupare. Divido le due senso-reazioni (impensierire e preoccupare) perché da anni e decenni ci preoccupiamo per fenomeni e problemi e poi non succede nulla. Magari se ci impensieriamo realmente, nel senso di metterci “testa e  pensiero risolutivo”,  potremmo avere migliori risultati. Anche perché “pre-occuparci dopo” diventa una contraddizione in termini. Ma noi italici siamo così, un po’ navigatori, un po’ santi e un po’ poeti ma sempre tanto contraddittori. Veniamo ai dati. In dieci anni sono scomparse 50 mila matricole. Lo diciamo nella versione giornalistica mentre i tecnici ci correggerebbero così: diminuite in 10 anni le iscrizioni all’università di 50 mila unità. Perfetto. Morale: sono scomparse appunto 50 mila matricole, 50 mila giovani magari promesse italiane potenziali di scienza e umanistica, di matematica e glottologia che hanno deciso di non iscriversi all’università per tasse troppo alte, per sfiducia nel titolo, per crisi economica e sociale.  Una bella botta per un Paese che da poco aveva ripreso un trend migliorativo, rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea, in fatto di formazione universitaria e specializzazione professionale. Gli altri due dati: la disoccupazione giovanile, cioè i giovani tra i 15 e i 24 anni, che non lavorano è vicino al 40 per cento, un livello top che è stato raggiunto nel 1992, proprio vent’anni fa, anche allora in piena crisi economica. Non lavorare e non studiare è una combinazione micidiale, alla quale non si può rimediare facendo solo bollettini o convegni, o esecrando quello o quell’altro che non assume e non forma. Se il futuro dei giovani rischia di essere già passato non è certo colpa loro ma è colpa prima di tutto nostra che da almeno dieci anni non sappiamo mettere in fila quelli che potrebbero generare nuovo lavoro e non lo generano, quelli che potrebbero innescare nuove forme di produzione o coproduzione e non si scoprono, quelli che rappresentano forme avanzate di occupazione e valorizzazione e rimangono mascherate e non positivamente copiate. In giro per l’Italia ci sono esempi e modelli di gruppi e  aziende, associazioni e cooperative che applicano nuove forme di impiego e di collaborazione, centri e corsi che formano nuovi profili e nuove mentalità (che sono la cosa più difficile) ma rimangono esempi e punti limitati e troppo isolati. Anche in tempo di rete, anche in tempo di social net. Appena passata la stagione elettorale, se non vogliamo far passare un altro anno inutilmente sarà il caso di mettere in tutte le agende possibili una bella nota in neretto: emergenza futuro  giovani. Che vuol dire parlare di impresa e digitale, di servizi pubblici e semplificazione, di collegamenti e reti, di stazioni e porti, di università e scambi, di tecnologia e arte. Se non abbattiamo una volta per tutte gli steccati dei settori ancora troppo a compartimento stagno e le piccole insane prebende di categoria non riusciamo a far entrare l’aria nuova che è decisiva per continuare a respirare. L’idea che 50 mila giovani hanno pensato che iscriversi ad una università fosse troppo caro o troppo inutile è un campanello  che fa davvero troppo rumore per passarlo sotto silenzio.

Pubblicato in : CornerBlog

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

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