A sentire le dichiarazioni degli esponenti della maggioranza, Pdl e Lega, viene da chiedersi perchè insistano, ora con toni intransigenti ora con modalità più indirette, a volere le elezioni nell’eventualità della caduta del governo. Certo, se il governo non dovesse reggere, il meccanismo costituzionale parla chiaro e Napolitano ha in più occasioni reso nota la sua ferma volontà di attenervisi. Quindi se questa maggioranza, ormai debole numericamente e politicamente, dovesse scoprirsi d’un tratto minoranza parlamentare, si dovrebbe procedere a individuare un’altra maggioranza. I finiani, del resto, hanno già chiesto al Pdl di abbandonare la Lega e di costruire una larga intesa con i centristi (Udc e Rutelli) e i delusi del Pd. Sarebbe una maggioranza possibile, della quale difficilmente però Berlusconi potrebbe essere il timoniere e, anche se lo fosse, lo resterebbe per il tempo di accompagnare l’imbarcazione al primo porticciolo e sbarcare il bipolarsimo. Perché gli equilibri politici delineati da questo tipo di coalizione consegnerebbero a un centro (sia pure orientato a destra, i numeri sono quelli) la guida del Paese fino alle elezioni, mentre a sinistra troveremmo la gran parte del Pd (che potrebbe, per ragioni tattiche, spingersi fino a un appoggio esterno, magari in cambio di una nuova legge elettorale e di una data certa, ma non troppo vicina, per le consultazioni) e a destra la Lega, che approfitterebbe della situazione per accrescere il proprio consenso, rosicchiando ulteriormente numeri al Pdl.
Del resto è difficile immaginare una maggioranza che escluda allo stesso tempo Pdl e Lega senza presentarsi come accozzaglia traghettatrice, cosa che rinvigorirebbe l’attuale maggioranza in vista delle tornate elettorali.
Eppure ora come ora Berlusconi, costretto a giocare su numeri risicati a fronte di una legge elettorale che lo aveva visto non solo trionfatore, ma addirittura novello eliogabalo degli equilibri parlamentari, rischia di logorarsi ogni giorno che passa e per questo preferirebbe tornare a votare o perfino accomodarsi per qualche mese all’opposizione.
La convinzione che muove le scelte dei berlusconiani, non è una novità, è che gli elettori del Pdl non abbiamo votato dei parlamentari (peraltro…senza preferenza era difficile), un progetto politico, un partito, un’idea di Paese, il beau marriage tra An e FI, ma sempre e solo Berlusconi. E che, se si trasformano le elezioni in un referendum sul Cavaliere, alla fine la si spunta anche questa volta, magari mettendo in lista un elenco di stretti adepti, gente con pochissimo potere ricattatorio e ancor meno volontà di nuocere al loro benefattore.
Silvio contro tutti, con l’alleato in camicia verde sempre più forte e più padrone di casa, potrebbe essere l’epilogo della vicenda della seconda repubblica, l’ultima ridotta del berlusconismo, oppure una vittoria che consegnerebbe a Berlusconi le chiavi del Paese e forse anche quelle del Colle.
Per questo le opposizioni, messi da parte pallottolieri e calcolatori di varia natura, dovrebbero raccontare agli elettori quale governo vogliono e sono in grado di offrire. Anche perché sulla politica la partita è aperta, oggi più che mai, sulla demonizzazione dell’avversario e sulle seduzioni elettorali, invece, non lo è mai stata.
Tomaso Greco www.leragioni.it

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