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Se dagli Stati Generali non uscirà un piano credibile e il coraggio di una svolta radicale la rivolta popolare caccerà Conte e il suo Governo

di Enrico Cisnetto | 21 Giugno 2020

Ci sono almeno tre motivi per cui gli Stati Generali voluti dal presidente del Consiglio Conte saranno archiviati come un’idea buona gestita malissimo, e immediatamente dimenticati. E hanno a che fare con quello che è mancato, più che con quanto è accaduto nel corso della kermesse. Il primo riguarda la mancata analisi preventiva degli scenari macroeconomici che si vanno delineando, come prioritaria presa di coscienza della dimensione del problema che stiamo per affrontare, a cominciare dal fatto che esistono cause pre Covid che lo generano che se non vengono analizzate, inducono a commettere l’errore di affrontare la crisi solo sotto il profilo congiunturale, mentre la nostra è del tutto strutturale, aggravata dalle conseguenze dell’emergenza pandemica. Il secondo motivo riguarda la mancata analisi delle cause che portano ad una parziale e cattiva traduzione esecutiva dei provvedimenti già presi. E il terzo motivo attiene alla modalità cumulativa e non selettiva con cui si è fatto l’inventario delle idee e delle proposte sul tavolo, senza dunque dar loro un ordine di priorità, senza collocarle sull’asse del tempo in termini realizzativi e senza calcolarne né i costi né i riflessi sul pil. Vediamo di analizzarli in dettaglio, questi tre punti.

La prima cosa da fare sarebbe stata una realistica previsione della dimensione della crisi. Partendo da tre premesse: a) eravamo già in recessione da settembre 2019, cioè da sei mesi, prima che a marzo il Paese si fermasse; b) eravamo e restiamo l’unico paese che prima della pandemia non aveva ancora recuperato le posizioni ante 2007, cioè prima dello scoppio della crisi finanziaria globale: 4,2 punti percentuali di pil, ben 19,2 punti di investimenti; 1,9 punti di consumi e 6,8 di reddito disponibile delle famiglie; c) sono due decenni che marchiamo ogni anno una differenza nell’andamento del pil tra un minimo di otto decimi di punto e un punto e mezzo rispetto alla media Ue, sia quando l’economia cresce che quando arretra. Le prime due considerazioni ci avrebbero aiutato a capire che se non si connettono le ragioni della crisi pre Covid con quelle post, non si troveranno mai le ricette giuste per uscire dalla crisi più drammatica della nostra storia repubblicana. La terza ci poteva (potrebbe) aiutare a capire quanto sarà grande la voragine che sta per aprirsi sotto i nostri piedi, e quindi quanta ricchezza nazionale dovremo produrre per riempire quel buco. Per esempio, bisognerebbe scoprire se quel gap che ci portiamo dietro rispetto alla media Ue sia un valore assoluto o relativo. Mi spiego. Se tale differenza fosse assoluta, vorrebbe dire che di fronte ad un calo dell’8,7% dell’economia Ue (ultima stima Bce al netto di una eventuale ricaduta della pandemia), noi saremmo tra un minimo di 9,5% e un massimo di 10,2% di caduta. Ma se disgraziatamente il gap statistico degli ultimi anni fosse proporzionale, cioè consistesse in una differenza più o meno del 50% (quel punto, punto e mezzo più o meno tanto valeva in termini percentuali rispetto alla media europea), questo si tradurrebbe in una perdita di pil di circa il 13%, con conseguenze occupazionali e sociali ben più pesanti. E lo stesso discorso vale per le stime di ripresa che si possono attribuire al 2021 e 2022. Considerato che sempre la Bce ipotizza un +5,2% l’anno prossimo e un +3,3% in quello successivo, noi nel primo scenario avremmo rispettivamente recuperi dell’ordine del 4,4%-3,7% e del 2,5%-1,8% mentre nel secondo ci dovremmo accontentare del 2,5% nel 2021 e dell’1,5% nel 2022. A parità di condizioni, mentre gli altri in due anni avranno recuperato i livelli del 2019, noi avremmo aggiunto altri punti ai quattro e rotti che ancora dobbiamo recuperare rispetto a 13 anni fa.

Scenari inquietanti – e quindi urticanti per la politica e in particolare per chi sta al governo – ma che bisogna pur guardare in faccia per capire quanto grande debba essere lo sforzo da fare per rialzarsi e rimettersi a correre. Non mi riferisco tanto alle risorse – quelle non mancheranno, e non perché “possiamo fare da soli” come qualcuno, anche di autorevole, non manca di raccontarci soffiando sul fuoco sovranista, ma perché c’è l’Europa, Bce e Ue – quanto alla dimensione e alla profondità del cambiamento che in un paese anchilosato come il nostro, che ha smarrito da tanto (troppo) tempo la strada del riformismo, occorre produrre. In altri termini la quantità di coraggio di cui occorre disporre per rompere vecchi schemi e abbandonare mille riflessi condizionati paralizzanti.

Sto parlando di merce – consapevolezza e coraggio – che non si è vista a Villa Pamphili. Prima di tutto per quanto riguarda la concretezza di quanto il governo ha già deciso in questi mesi. Al di là di scuse un po’ impacciate, e poco convincenti, sui ritardi registrati sia sul fronte della liquidità per le imprese sia per l’erogazione della cassa integrazione, non c’è stata la volontà di capire quanto male faccia al Paese – sul piano psicologico prima ancora che pratico – vedere lo scostamento, mai così evidente come in questa circostanza, tra l’enunciato normativo e la sua effettività concreta. Un terreno su cui Sabino Cassese ha scritto e pronunciato parole memorabili. Quali scuse possono suonare credibili se solo si considera che i 13 decreti varati da Conte (stavo per scrivere dal governo, ma avrei commesso un errore sul piano sostanziale) prevedono qualcosa come 165 provvedimenti attuativi, di cui solo un quinto è fin qui stato approvato (e dei 12 previsti dal decreto liquidità, nemmeno uno): di fronte ad una rappresentazione scenica di questa portata, i ritardi non sono incidenti di percorso di cui scusarsi, ma inevitabili conseguenze che vanno affrontate a monte. Ovvio che la variabile “tempo” vada a pallino. E altrettanto ovvio che con queste premesse i partner europei guardino con preoccupazione a come e in quanto tempo i denari che con i diversi strumenti comunitari arriveranno a Roma, saranno spesi. Altro che la idiosincrasia per le condizionalità che ci potranno venire imposte, facciamoci un esame di coscienza – a cominciare da come non sono stati neppure spesi i fondi strutturali in questi anni – sull’affidabilità dei nostri comportamenti.

Ma il tasso di consapevolezza e di coraggio è tendente allo zero anche per quanto riguarda le decisioni che ancora devono essere prese, quelle del vero piano di rilancio, essendo il decreto che abusivamente così è stato definito un solo piano di ristoro, peraltro scadente laddove comprende mille rivoli di spesa a pioggia. Qui si sono sommati libri dei sogni vari, più in una logica di competizione a chi enuncia il maggior numero di obiettivi – sport di facile praticabilità – che in quella di una rigorosa scelta tra urgenze, preminenze e rilevanze strategiche. Nonostante che l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno sia un lungo, infinito elenco di promesse farcito di frasi fatte finalizzate se non ad accontentare (sulla carta) tutti, a non scontentare nessuno. Sia chiaro, il governo – che ha aperto gli Stati Generali senza presentare un suo piano strategico, ma poi l’ha tirato fuori nel corso dei lavori quando ha capito che la Confindustria (il cui documento è sicuramente il più concreto dei tanti girati) sarebbe andata al di là delle sole parole di duro rimprovero del suo neo-presidente Bonomi – potrà sempre dar seguito alla kermesse traducendo i buoni propositi in un documento programmatico fatto di scelte in ordine di priorità, di indicazioni di tempi e di modi con cui realizzare gli obiettivi indicati, e i loro impatti sul prodotto lordo. Lo auspico, ma francamente non ci scommetto un centesimo. Per capire che non sarà così, basta vedere la sconcertante (e illegale) decisione di Conte di derubricare a semplice informativa quello che avrebbe dovuto essere un voto parlamentare sul prossimo cruciale vertice europeo, che oltre ad umiliare in modo inaccettabile il Parlamento ha dato munizioni a quei paesi (dall’Austria ai nordici) che si battono in sede Ue per ridurre la portata del Recovery Plan e soprattutto la componente di sussidio diretto a favore del prestito oneroso, facendo sulla nostra (non presunta) inaffidabilità. E tutto per evitare il voto sul Mes, tema che spacca la maggioranza costringendo il Pd a subire i diktat ideologici dei 5stelle per non far cadere l’esecutivo. Stessa cosa si sta profilando sul mercato del lavoro, con il ministro Gualtieri che giustamente spinge per l’allentamento dei vincoli normativi sui contratti a termine e i grillini (ora che il saltimbanco è tornato a fare la voce grossa si possono di nuovo chiamare così) che al grido “giù le mani dal decreto Dignità” si arroccano su posizioni opposte, che insieme alla pervicace indisponibilità a prendere atto del fallimento del reddito di cittadinanza (specie dal lato dell’avviamento al lavoro dei suoi percettori) rende i 5stelle un perfetto partito di lotta (che predica e pratica la decrescita infelice) e di governo (nel senso che ha un attaccamento al potere almeno pari alla demagogica criminalizzazione del medesimo con cui si è conquistata il consenso degli italiani incazzati e gli attuali posti in parlamento).

Ecco, se di fronte all’impotenza che tutto questo genera, Conte non saprà tagliare i nodi gordiani e dare una svolta radicale all’azione del suo governo – entro e non oltre agosto – a settembre sarà travolto dal lievitare della crisi economica e dalla sua automatica trasposizione sul piano sociale, che alimenterà una protesta popolare al cospetto della quale le piazze del vaffa erano dei miagolii di gatti spelacchiati. E questo accadrà al buio, anche senza che sia pronta una alternativa, per la forza intrinseca degli accadimenti. Quando succederà – e succederà – ci sarà solo da sperare nel Capo dello Stato.

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, bce, capo dello stato, confindustria, consenso, considerazioni, costi, crisi, crisi economica, crisi finanziaria, discorso, fallimento, finanziaria, governo, incidenti, integrazione, kermesse, lavoro, mercato, mercato del lavoro, parlamento, pd, presidente del consiglio, provvedimenti, recessione

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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