“Eh non è più quella di una volta”- “Eh una volta s’andava per osterie e portici e adesso devi scavalcare barboni ed evitare stupratori”. “Eh i bei tempi della grassa e della dotta”. Eh lei l’incriminata è Bologna. La ormai per definizione “non è più quella”. Ma povera Bologna. In effetti dopo tutti i precedenti segnali di fragilità e disgregazione -come direbbe l’affezionato a questi termini cardinale Caffarra- adesso quest’ultimo segnale è nella sua crudezza ancora più preoccupante: sempre meno studenti vengono all’università di Bologna. Crollano i nuovi studenti, in città, crescono un po’ nelle sedi della Romagna. Tre numeri per capire il fenomeno: meno 11 e 5 per cento le iscrizioni nella sede centrale. Meno 23 per cento a scienze politiche, una volta la roccaforte, più tre per cento nelle sedi decentrate. Aiuto!! Che succede a Bologna? Scorriamo qualche titolo della settimana. “Massacrato di botte per cinque euro”. “Stuprata in via Rimesse”. “San Donato, aggredita un’altra donna”. “Pugno di ferro del sindaco”. “Sindaco contro prefetto e questore”. “Il Crash chiama tutti in piazza”. “Calci e pugni a barbone mentre dorme”. Brividi. No non è il Bronx, non è un quartiere di Secondigliano, questa è Bologna, oggi, ottobre 2007.
Tentiamo di spiegarci. La più grande industria di Bologna, uno dei nomi propri storici della città petroniana, che è l’Università non tira più come una volta. Mercato in calo. Ahi brutto segnale. Malavita, affitti alle stelle, corsi che non hanno più il glamour di un tempo, un passa parola sul negativo, un psoto letto da terzo mondo a 350 euro al mese, l’insicurezza ed ecco che medicina, giurisprudenza, sociologia, dams, scienze politiche, ingegneria, prendono schiaffi. Va meglio la Romagna. Come dire: il decentramento paga, gli studenti cercano didattica, laboratorio, corsi , in nuovi contesti. Fa molto il nome del professore, fa di più adesso il contesto e lo strumento. Avrebbe avrebbe ragione il mio amico suzzarese professor Carlo Prandi che commenta: ma sì, adesso le università si devono fare fuori, fuori città. Ma quella più antica del mondo è innervata tra Zamboni Irnerio, Belmeloro, e Verdi, come si fa a sradicarla!? Vanno forte a Cesena scienze dell’informazione, a Ravenna funziona bene scienze dell’alimentazione. A Bologna è calata fisica e aumentata matematica, a Forlì e a Rimini in attenuazione scienze statistiche ed economia. Vecchio dilemma: come far vivere centomila studenti in mezzo a 100 mila bolognesi e duecentomila non si sa più cosa. In mezzo e al centro. Chi vive a Bologna sa che certi quartieri, vie, portici, bar, pub sono degli studenti. Ed è stato il bello di Bologna la grassa e la dotta per decenni. Tortellini e Accursio, mortadella e sociologia. Dams e biologia genetica. Studenti a cresta rossa e blue pronti per fare i registi e studenti fighettosi (sia detto con stima) in giacca cravatta pronti per far i diplomatici, gli ambasciatori. Il miracolo di Bologna è stato ed era tutto qui: nella coesione e della combinazione anche dura ma mai espellente delle contraddizioni. Ora la fuga. L’inizio della fuga. Ora s’è rotto qualcosa. Ma forse s’è rotto qualcosa nel tessuto generale della città il cui specchio più fedele e sensibile, l’università, fa da immediato contraccolpo. C’è tempo solo un anno per capire se è l’inizio di un piano inclinato recuperabile o il bordo di un burrone.
F. B. www.virgola1.splinder.com
Se anche gli studenti scappano dalla “dotta”
La più grande industria di Bologna, uno dei nomi propri storici della città petroniana, che è l’Università non tira più come una volta.

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