Se oggi appare ovvio pensare alla guerra del ’15-’18 come ad un luogo e ad un tempo di ordinaria follia, pieni gli occhi e la mente di altitudini ventose, trincee allagate, voragini scavate dalle bombe, solitudine, orrende ferite e mutilazioni, resta da dire che quando la guerra si preparava, ormai oltre novant’anni fa, trovava spazio e vigore anche l’anelito verso un’impresa dal carattere assoluto e liberatorio, dove la fierezza di compiere un gesto collettivo in ordine al futuro di popoli e paesi si univa alla giovanile volontà d’affermazione e all’orgoglio di entrare a far parte dell’eterno mito guerriero.
In questa corrente percorsa di entusiasmo adrenalinico e di fiducia nel domani, la frangia dei cosiddetti “irredentisti” aggiungeva il dato di una occasione forse irripetibile per inserire nel quadro generale delle rivendicazioni un’esigenza di riscatto che traeva spunto e sostanza dalla particolare area geografica e d’appartenenza culturale: al di qua o al di là di linee di demarcazione che li rendevano fondamentalmente sradicati nell’animo e tragicamente ambigui a loro stessi, gli abitanti dei territori di frontiera, dai cognomi sempre “sospetti”, erano individui o collettività turbate ed umiliate da quello che Salvemini , una volta posto fine al rifiuto dell’irredentismo, chiamerà “uno stato di disagio sentimentale” e che per Magris rappresenta un elemento costitutivo di quei luoghi, percorsi da linee di frontiera “incise” nell’animo tanto quanto sul territorio.
Tra i giovani che scelgono di partire volontari Giani Stuparich, giovane intellettuale triestino con alle spalle studi compiuti a Praga e Berlino e una precoce esperienza di collaborazione alla fiorentina “Voce” di Prezzolini propiziata dall’amicizia con Scipio Slataper , rappresenta una posizione in cui l’istanza europeista di stampo mazziniano, distante dall’intolleranza nazionalistica, viene intercettata dal precipitare degli eventi bellici e trasforma l’esigenza di cambiamento in un interventismo alimentato dagli ideali risorgimentali . La decisione della partenza per il fronte, insieme al fratello Carlo e all’amico Scipio, è descritta in Addio alla Tina (uno dei racconti che Quarantotti Gambini selezionerà per la pubblicazione nel 1961 ) sotto il segno di un primaverile entusiasmo: “C’era un gran palpito eroico nell’aria. Lo so che tali impressioni sono soggettive, ma io sentivo così quella mattina a Firenze”. E’ il 25 maggio, la guerra è stata dichiarata da poco più di ventiquattro ore e non tutti intendono la scelta dell’intervento nel conflitto armato come un passaggio doloroso ma necessario. Anzi nel corso del viaggio in treno attraverso la campagna toscana per raggiungere l’amica d’infanzia, il giovane triestino nota che quasi tutti i presenti, in maggioranza contadini, mostrano una certa contrarietà: qualcuno inveisce, un vecchio grida che al suo figliolo piuttosto che mandarlo in guerra, “gli avrebbe spezzato un ginocchio”. Ben diversa la posizione di chi sente, come Stuparich e i suoi conterranei, i propri beni e addirittura la propria identità messi a rischio in modo diretto e imminente: mai un veneto “avrebbe bestemmiato in quel modo” .
La narrazione che più precisamente riporta all’attenzione la fase iniziale della guerra, trattata da Stuparich in presa diretta e in veste di acuto testimone, è una rielaborazione, quasi in tutto fedele all’originale, di un diario giornaliero da lui tenuto “d’ora in ora” fra il 2 giugno e l’8 agosto, ripreso in mano per la pubblicazione a distanza di una quindicina d’anni . Partito per la guerra sullo slancio di una motivazione fortemente ideale e spinto da un proposito di “rigenerazione morale”, il giovane soldato certo inesperto di azioni militari, ma ben attrezzato di strumenti critici e compenetrato del valore etico della sua presenza al fronte, osserva con l’inesorabile acutezza di un radar gli avvenimenti circostanti e registra con sobrietà, solo raramente interrotta da qualche afflato di comprensibile retorica celebrativa, le reazioni del suo animo, originariamente portato all’intransigenza morale, ma gradualmente pervaso da un senso di virile compassione che tutto ingloba, uomini e cose, natura circostante e persino l’odiato avversario. In questo spazio mentale di umanità e rigore si situa anche il dissidio, comune a tutta l’ala triestina, con i “vociani” della seconda ora, mutati i termini che avevano motivato la nascita della rivista e modificate le dichiarazioni programmatiche dei suoi dirigenti .
Il percorso narrativo dei ricordi di guerra segue una traccia di approfondimento ben individuabile che gradualmente si compone nei termini e nei modi di una ineluttabile discesa agli inferi: già alla stazione di Mestre l’impatto con un treno di feriti “facce patite e spaventate, vestiti laceri, sporchi, camicie strappate” suscita un inquietante scambio di sguardi: commiserazione da parte dei feriti, mista a intima rassegnazione, per le truppe che vanno verso il fronte; commiserazione, turbata dalla paura dell’ignoto, rivolta dalle forze fresche ai feriti abbandonati a loro stessi, senza cure né conforto. Procedendo da Latisana a Cervignano, e poi fino a Monfalcone, tra ordini e contrordini, acquazzoni scroscianti e malesseri dovuti a febbre, dissenteria, insolazione e stanchezza, si diffondono notizie contraddittorie: la brigata si ritira, l’artiglieria ha sparato sui compagni invece che sul nemico, il comandante della batteria ha scelto di uccidersi. Emergono sempre più consistenti i dubbi, contrastati disperatamente dalla volontà di non accedere ad un atteggiamento di pessimismo e di vile rinuncia. Da Dobbia, l’11 giugno Stuparich registra con sincerità lo stato d’animo che serpeggia fra le truppe: “Vita di stenti, senza orizzonti, tutto duole dentro di noi e tutto, fuori di noi, ci affligge”. I dubbi assalgono la coscienza e la domanda, prima trattenuta, si staglia in quei cuori derelitti: era giusto volere la guerra? Un dubbio, questo, che deve essere estirpato prima che giunga a minare la volontà, rendendo più debole la resistenza alle fatiche e meno convinta la scelta compiuta, che continua a sembrare comunque l’unica possibile. Ma dopo diversi giorni trascorsi nelle trincee del Lisert il tono si fa ancora più amaro, l’inerzia e la passività inquinano la mente che soltanto dal ricordo della “fresca e ardita volontà” delle prime giornate riesce ancora ad attingere la forza per resistere.
La testimonianza di Giani Stuparich su questi primi mesi di guerra è quindi posta sotto il segno della problematicità: niente entusiasmo bellicistico, se non la momentanea euforia della partenza da Roma, accompagnata da canti e fiori, della tradotta che porta al fronte il 1° reggimento Granatieri di Sardegna, ma neppure l’amara e definitiva sconfessione di un Lussu con la fragorosa caduta di ogni riposta illusione e l’adesione ad un antieroismo senza scampo . La cifra di Stuparich sta in un resocontismo oggettivo, sempre impregnato però dagli umori di una accesa sensibilità, dove l’ottica prescelta non prescinde mai dai valori morali di una severa dignità dell’uomo a cui è dovuta fedeltà suprema in ogni caso e situazione. In questo senso il suo taccuino, che è opera della penna di uno scrittore a tutti gli effetti, trascende il valore puramente autobiografico, per rappresentare agli occhi di chi non c’era la dura strettoia in cui si è trovata ad agire una generazione di coraggiosi idealisti. Alla constatazione amara del divario sussistente non solo fra le aspettative e le reali possibilità di vittoria ma anche fra l’immediatezza dello slancio del singolo e la spersonalizzazione dell’individuo nella guerra di massa , nel caso di Stuparich si aggiunge il doppio rischio della vita anche per la possibile accusa di diserzione. Il ritorno a casa, da solo, senza il fratello Carlo e senza l’amico Scipio, entrambi caduti, è il crinale che segna l’ingresso in una sofferta maturità dove ogni cosa si colloca nella memoria senza che il tempo possa sbiadirne i colori. In un tono elegiaco, coraggiosamente preciso nella formulazione dei riferimenti allusivi, Stuparich racconterà il sentimento di privazione e di colpa che si lega inevitabilmente alla sua sopravvivenza nel racconto La grotta . Nei tre amici “uniti e soli” (questo il loro motto) che, resi imprudenti dall’entusiasmo e dalla giovanile fiducia nelle proprie forze, si avventurano in una spericolata iniziativa speleologica, e soprattutto nel legame che li fa essere come articolazioni diverse, per indole e per carattere, di una sola volontà d’agire, si ravvisa una stringente allegoria con i tre volontari triestini: all’entusiasmo e all’orgoglio iniziali segue l’incertezza vissuta sull’orlo del baratro, e quando la voragine carsica mostruosamente divora nelle sue viscere due di loro, il superstite che non ha potuto portare aiuto, ma solo smaniare e disperarsi, comprende che “a tutti egli avrebbe dovuto render conto d’esser rimasto vivo”. A fronte di questa tragica evidenza Giani Stuparich sceglierà di far sopravvivere, attraverso la sua persona e la sua voce, la figura del fratello Carlo (Colloqui con mio fratello, 1925) e dell’amico Scipio, a cui dedicherà una monografia (Scipio Slataper, 1922) e del quale nel corso della vita riordinerà per la pubblicazione a più riprese scritti e lettere.
La tematica della guerra, a distanza di tempo, viene ripresa nel romanzo Ritorneranno alla cui stesura lo scrittore triestino si dedica fra il 1935 e il ’38, in preda ad un impulso che gli impone moralmente, anche in linea con la sua impostazione di grande educatore , di far risaltare le diverse idealità che avevano contraddistinto i combattenti e il sentimento, quasi religioso, del dovere che li aveva animati: non apologia della “bella guerra”, esaltata da Soffici e Papini, ma neppure inesorabile condanna come atto segnato dall’infamia. Nella tensione morale che esalta la sua scrittura Stuparich, fra idealismo e disincanto, giunge alla conclusione che gli aspetti deteriori, disumani, iniqui e umilianti che caratterizzano la “sua” guerra, non possono bastare a spegnere il naturale sentimento che si accende quando ad essere in gioco è la difesa della propria terra.
Giuliana Rovetta
L’autrice
Giuliana Rovetta è nata sul Lago Maggiore. Vive e lavora tra Genova, dove si è laureata in Scienze politiche con una tesi di Antropologia criminale, e Parigi. Si interessa di letteratura italiana e francese, ha scritto su Sbarbaro e Caproni traduttori, sull’area culturale istriana e fiumana, su scrittori francesi come Emmanuel Bove, Paul Morand, Drieu La Rochelle e sulla storia della Nouvelle Revue Française. Ha collaborato al volume Genova città narrata, Viennepierre 2003, e alla raccolta di saggi La Liguria e la Francia, Savona 2005, con un intervento su Guy de Maupassant. Da molti anni redattrice di Resine.Quaderni liguri di cultura, è nel gruppo dei fondatori di una nuova rivista genovese d’arte e letteratura, Satura.
Note
1) G. Salvemini, Come siamo andati in Libia e altri scritti, Feltrinelli, Milano, 1963.
2) I primi articoli di Stuparich sulla rivista fiorentina riguardano la situazione dell’Europa centrale nell’Impero austro-ungarico; del 1915 è il saggio La nazione czeca, poi in volume con lo stesso titolo, Ricciardi, Napoli, 1922.
3) S. Slataper, Il mio Carso, in La Voce, Firenze, 1912; poi Editori Riuniti, Roma, 1982.
4) Gilbert Bosetti, Le sentiment national des austro-triestins, in Novecento, Cahiers du CERCIC, n.17/1993.
5) G. Stuparich, Il ritorno del padre, racconti scelti a cura di P.A.Quarantotti Gambini, Einaudi, Torino, 1961.
6) G. Stuparich, op. cit., p. 179
7) G. Stuparich, Guerra del ’15 (Dal taccuino di un volontario), Treves, Milano 1931.
8) C.Angelini, Uomini della Voce, Milano, Scheiwiller, 1986.
9) E.Lussu, Un anno sull’altipiano, Torino, Einaudi, 1945 (già pubblicato in Francia nel 1938).
10) A. Gibelli, La Grande Guerra degli italiani, 1915-1918, Sansoni, Firenze, 1998.
11) G. Stuparich, Racconti, cit., p.127
12) G. Stuparich, Ritorneranno, Garzanti, Milano, 1941.
13) B. Vasari, Giani Stuparich. Ricordi di un allievo, Lint, Trieste, 1999.

Salve, Sono Victoria Morell, ho conociuto Giuliana a Córdoba, nella Reppublica Argentina, io lavoravo all’uficcio di collegamento tra Córdoba e Italia. mi piacerebbe conttatarmi con lei, per farle delle domande e anche per salutarla personalmente, sarei molto gradita.
VMorell
Mi fa veramente piacere leggere questa recensione su un nome che conoscevo formalmente, ma di cui poco conosceve, se no che fu, col fratello Carlo nell’altipiano di Asiago, durante la “grande guerra”.
Avevo scopeerto questo nome grazie ad una MARCIA NON COMPETITIVA che si svolge nel mese di agosto appunto sull’altipiano, che però aveva sì come riferimento i due fratelli Stuparich, ma non dava più di tanto in termini culturali.
Ne fartò tesoro ove questa manifestazione – dall’anno scorso interrotta – venga RIPRESA IN FUTURO.