cantori “ispirati” dalla muse: l’origine sacra della mitologia greca
Le più antiche attestazioni della “mitologia” greca corrispondono ai poemi “omerici” e alla Teogonia di Esiodo, ambedue questi contesti di letteratura ‘sacra’ si contraddistinguono per un preciso incipit che richiama l’intervento di alcune dee indicate con il termine “Muse” (Μοῦσαι, -ῶν).
« Μῆνιν ἄειδε, θεά, Πηληιάδεω Ἀχιλῆος
οὐλομένην, ἣ μυρί’ Ἀχαιοῖς ἄλγε’ ἔθηκε »
« Canta Musa divina, l’ira di Achille figlio di Peleo
l’ira rovinosa che portò ai Greci infiniti dolori »
(Iliade, I. Traduzione di Giulio Paduano, Milano, Mondadori, 2007, p.3)
« Ἄνδρα μοι ἔννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον, ὃς μάλα πολλὰ
πλάγχθη, ἐπεὶ Τροίης ἱερὸν πτολίεθρον ἔπερσε »
« Narrami, o Musa, dell’eroe multiforme, che tanto
vagò, dopo che distrusse la rocca sacra di Troia »
(Odissea, I. Traduzione di Giulio Aurelio Privitera, Milano, Mondadori, 2007, p.5)
« Μουσάων Ἑλικωνιάδων ἀρχώμεθ᾽ ἀείδειν,
αἵ θ᾽ Ἑλικῶνος ἔχουσιν ὄρος μέγα τε ζάθεόν τε »
« Dalle Muse Eliconie cominciamo il canto,
loro che di Elicone possiedono il monte grande e divino »
(Esiodo, Teogonia, 1-2. Traduzione di Graziano Arrighetti, in Opere. Milano, Mondadori, 2007, p.3)
Come nota Walter Friedrich Otto, Theophania. Genova, Il Melangolo, 1996, pag.48 , le Muse sono divinità con delle caratteristiche uniche:
« Le Muse hanno un posto altissimo, anzi unico, nella gerarchia divina. Son dette figlie di Zeus, nate da Mnemosine, la Dea della memoria; ma ciò non è tutto, ché ad esse, e ad esse soltanto, è riservato portare, come il padre stesso degli Dei, l’appellativo di olimpiche, appellativo col quale si solevano onorare sì gli Dei in genere, ma -almeno originariamente- nessun Dio in particolare, fatta appunto eccezione per Zeus e le Muse »
La loro origine è stata raccontata in un “inno” di Pindaro andato perduto, l’Inno a Zeus, ma ricostruibile per mezzo di una preghiera alle stesse redatta da Elio Aristide il quale ricorda come in occasione del suo matrimonio, Zeus domandò agli altri dèi quale fosse un loro desiderio non ancora esaudito e questi gli risposero chiedendo di generare delle divinità «capaci di celebrare, attraverso la parola e la musica, le sue grandi imprese e tutto ciò che egli aveva stabilito.».
Otto evidenzia, con questo accadimento, come non sia il creato «a dover lodare il suo creatore, piuttosto ad esso manca ancora qualcosa: l’essere delle cose non è ancora compiuto finché non si dà una voce che lo esprima. Le cose e la loro gloria devono essere pronunciate: questo è l’adempimento della loro essenza».
Se dunque le Muse sono quelle dee che rappresentano l’ideale supremo dell’Arte, intesa come verità del “Tutto” ovvero l'”eterna magnificenza del divino”, i poeti sono da loro ‘posseduti’, sono entheos, (ἔνθεος “pieni di Dio”) come ricorda lo stesso Democrito.
Ed essere entheos, “pieno di Dio”, è una condizione che «il poeta condivide con altri ispirati: i profeti, le baccanti e le pitonesse».
Nel caso di Esiodo viene raccontata una vera e propria epifania le dee incontrano il pastore Esiodo «mentre pascolava agnelli sotto il divino Elicone» apostrofandolo tra i «pastori campestri, vili creature obbrobriose, niente altro che ventri», ma le dee consegnano al pastore Esiodo il bastone (o lo scettro) decorato di alloro trasformandolo da «‘ventre’, ovvero rozzo contadino e pastore in poeta: una divina grazia tanto eccezionale quanto misteriosa».
« Il dono delle Muse dunque, o meglio uno dei loro doni, è la capacità di parlare secondo verità. »
(Eric R. Dodds, I greci e l’irrazionale. Milano, Rizzoli, 2009, p.126)
Le Muse, dunque, sono le dee che donano agli uomini la possibilità di parlare secondo il “vero” e, figlie di Mnemosýne (Μνημοσύνη), la Memoria, consentono ai cantori di “ricordare” avendo questa stessa funzione uno statuto religioso e un proprio culto.
Non solo, Marcel Detienne, I maestri di verità nella Grecia arcaica. Milano, Mondadori, 1992, evidenziando come la memoria dei “poeti” non corrisponda agli stessi fini di quella degli uomini moderni, chiosa:
« Fin dall’inizio la memoria sacralizzata è privilegio di alcuni gruppi di uomini organizzati in confraternite; come tale, si differenzia radicalmente dal potere di ricordarsi degli altri individui. In questi ambienti di poeti ispirati, la memoria è onniscienza di carattere divinatorio; come il sapere mantico, si definisce attraverso la formula: “ciò che è, ciò che sarà, ciò che fu”. Con la sola memoria il poeta accede direttamente, in una visione personale, agli avvenimenti che evoca; ha il privilegio di entrare in contatto con l’altro mondo. La sua memoria gli permette di “decifrare l’invisibile”. Dunque, la memoria non è solo il supporto materiale della parola cantata, la funzione psicologica che sostiene la tecnica formulare; è anche e soprattutto la potenza religiosa che conferisce al verbo poetico il suo statuto di parola magico-religiosa. In effetti, la parola cantata, pronunciata da un poeta dotato di un dono di veggenza, è una parola efficace; per sua propria virtù istituisce un mondo simbolico religioso che è lo stesso reale. »
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