
La scelta del tema di maturità dedicato a Giuseppe Saragat e al suo discorso inaugurale della Costituente rappresenta molto più di una traccia d’esame. È un piccolo ma significativo atto di giustizia storica verso una figura che per decenni è rimasta ai margini della memoria pubblica italiana, quasi vittima di una vera e propria damnatio memoriae politica. L’ex presidente della Repubblica, protagonista della nascita della democrazia italiana e della rottura con il comunismo staliniano nel nome del socialismo democratico, torna finalmente nel posto che gli compete: quello dei padri della Repubblica. In una fase nella quale il dibattito pubblico spesso si riduce a contrapposizioni immediate e a slogan, ricordare Saragat significa tornare alle radici di un’idea politica fondata su libertà, giustizia sociale e responsabilità istituzionale.
Il discorso pronunciato da Saragat davanti all’Assemblea Costituente non era soltanto un atto formale, ma la dichiarazione di principio di un Paese che usciva dalla tragedia della guerra e dalla dittatura fascista. La Costituente nasceva con il compito, come ricordato anche da Bobo Craxi in una sua riflessione, di riscattare la Patria dai “dolori e dalle miserie” attraverso una nuova concezione della democrazia. Craxi ha sottolineato come quella scelta contenga un’attualità profonda: la libertà e la giustizia sociale, insieme alla democrazia intesa come “dovere umano” da custodire nella concordia. Parole che non appartengono soltanto al passato, ma che interrogano ancora oggi una società attraversata da divisioni, rancori e nuove forme di radicalizzazione.
Saragat rappresentava una cultura politica che oggi appare quasi dimenticata: quella del socialismo riformista, europeo, occidentale, profondamente democratico. La sua battaglia contro il comunismo autoritario non nasceva da un pregiudizio ideologico, ma dalla convinzione che la libertà politica fosse inseparabile dalla giustizia sociale. Fu un uomo della sinistra democratica che comprese prima di molti altri che nessuna trasformazione economica e sociale poteva essere autentica se accompagnata dalla negazione dei diritti individuali. La sua vicenda politica, dal carcere e dall’esilio durante il fascismo fino alla Presidenza della Repubblica, racconta una generazione che aveva conosciuto sulla propria pelle il prezzo della perdita della democrazia.
Per questo il tema scelto per gli studenti assume un valore particolare. Non si tratta soltanto di recuperare un nome dai manuali di storia, ma di restituire equilibrio alla memoria nazionale. L’Italia repubblicana non nasce da una sola cultura politica, ma dall’incontro di diverse tradizioni democratiche che seppero trovare un punto comune dopo la dittatura. Saragat, con il suo richiamo alla concordia e alla responsabilità, torna così a parlare alle nuove generazioni. La scuola ha compiuto una scelta importante: ricordare che la democrazia non è un bene acquisito per sempre, ma una conquista quotidiana. E forse proprio questo è il messaggio più attuale del vecchio leader socialdemocratico: la libertà non è soltanto un diritto da rivendicare, ma un dovere da difendere.
Cesare Mannucci

Vero, sebbene oggi si confonda la libertà con l’edonismo e sia divenuta feticcio ideologico da sbandierata, più che qualcosa da interiorizzare e praticare.
Oggi molti si dicono liberali e riformisti ma…mettono all’indice chi non la pensa come loro.
Saragat mai si disse riformista o liberale. Egli fu socialista senza equivoci. Fece scelte coraggiose, ma poi fu, come Roberto Tremelloni, messo in un cantuccio, dai suoi stesso compagni di Partito. che preferivano gli affari al socialismo.
Questo il dramma di un partito che fu glorioso, il PSDI, di cui porto talvolta volentieri all’occhiello della giacca il simbolo (quello storico del 1947 o quello del 1950), ma che penso non potrebbe mai più rinascere. Perché lo fecero fuori molti decenni fa….