
In un G7 che si annunciava complicato, Emmanuel Macron ha probabilmente offerto una delle sue migliori prestazioni diplomatiche degli ultimi anni. Non tanto per le dichiarazioni di facciata o per le fotografie di rito, quanto per la capacità di tenere insieme interlocutori molto diversi tra loro, evitando che il vertice si trasformasse nell’ennesima vetrina di divisioni occidentali.
Il compito non era semplice. Da una parte c’erano le preoccupazioni europee, dall’altra quelle nordamericane, con il Canada direttamente coinvolto nell’organizzazione del vertice. Sullo sfondo il Giappone, sempre più centrale negli equilibri dell’Indo Pacifico e ormai parte integrante di un Occidente allargato che va ben oltre i confini geografici dell’Europa e degli Stati Uniti.
In questo contesto Macron ha mostrato una capacità di coordinamento e armonizzazione che pochi gli riconoscevano. Ha lavorato più da mediatore che da protagonista, cercando di mantenere una linea comune su sicurezza, commercio, Ucraina e Medio Oriente, senza alimentare ulteriori fratture.
Il risultato assume ancora più valore se si considera la difficoltà aggiuntiva rappresentata dalla presenza di Donald Trump. Ospitare al tavolo un leader imprevedibile, capace di cambiare posizione nel giro di poche ore e di trasformare qualsiasi dossier internazionale in una questione di politica interna americana, avrebbe potuto paralizzare l’intero vertice. Invece il G7 è riuscito comunque a produrre una linea politica leggibile e una certa coesione tra i partecipanti.
Macron resta un politico spesso divisivo e non privo di errori. In patria continua a scontare un consenso fragile e molte delle sue ambizioni europee hanno incontrato ostacoli significativi. Tuttavia, in questo vertice internazionale, ha dimostrato che la diplomazia non consiste soltanto nel parlare più forte degli altri, ma soprattutto nel riuscire a far sedere attorno allo stesso tavolo interessi differenti senza far saltare il tavolo stesso.
Per una volta, il presidente francese è apparso meno come il leader alla ricerca di visibilità e più come il direttore d’orchestra di un Occidente che, pur tra mille contraddizioni, ha ancora bisogno di qualcuno capace di tenere il ritmo mentre altri continuano a suonare spartiti diversi.
Piero Terracina

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