
In Italia esiste un vizio antico, quasi rituale: trasformare le persone in simboli assoluti. Non importa la complessità, non importa la realtà concreta, non importa neppure la differenza tra rispetto umano e costruzione pubblica. Basta una tragedia, una malattia, una vicenda difficile, e parte immediatamente il processo di santificazione. Un Paese cresciuto tra campanili, processioni e devozioni popolari sembra incapace di vivere senza figure da venerare.
Il caso di Alex Zanardi è emblematico. Un uomo che ha affrontato prove durissime, che ha dimostrato forza, disciplina e capacità di reagire, ma che ha scelto autonomamente ogni singolo istante della propria esistenza. Nessuno mette in discussione il rispetto dovuto a chi ha saputo rialzarsi davanti al dolore. Il punto, però, non riguarda l’uomo. Riguarda ciò che gli viene costruito attorno. In Italia raramente ci si limita ad apprezzare una storia personale. Si sente il bisogno di trasformarla in lezione morale, in racconto edificante, in simbolo inattaccabile.
Accade continuamente. Una figura pubblica viene ripulita da ogni contraddizione, privata delle sfumature, resa perfetta per il consumo collettivo. Diventa esempio assoluto, modello obbligatorio, riferimento da esibire. Chi prova a introdurre un dubbio o una lettura meno emotiva viene subito percepito come cinico, insensibile, quasi colpevole. Il confine tra rispetto e idolatria sparisce.
È un atteggiamento profondamente italiano. Un Paese capace di alternare sarcasmo feroce e sentimentalismo compulsivo. Da una parte il gusto per demolire tutto, dall’altra il bisogno costante di inginocchiarsi davanti a una nuova figura salvifica. “Santi, spaghetti e mandolino” non è soltanto una caricatura. È anche un riflesso culturale: semplificare, ridurre le persone a personaggi, trasformare la complessità in favola.
Dentro questo schema prospera anche un altro fenomeno: la credulità selettiva. Si condividono fotografie, racconti e immagini senza alcuna verifica, purché rafforzino la narrazione emotiva del momento. È il terreno perfetto per foto taroccate, immagini decontestualizzate, racconti gonfiati, versioni costruite più per indignare che per spiegare. Basta toccare la sensibilità collettiva e il filtro critico evapora.
Lo si è visto anche con le immagini circolate attorno alla flottiglia diretta verso Gaza. In rete sono apparse fotografie presumibilmente manipolate tramite strumenti di intelligenza artificiale, con attivisti mostrati con volti tumefatti, lividi evidenti e segni di presunti pestaggi attribuiti ai militari delle Israel Defense Forces. Eppure, nel racconto rilanciato da molti, è bastata la dinamica emotiva per trasformare quelle immagini in verità automatica, senza verifiche, senza contesto, senza prudenza. In barba a qualsiasi cautela narrativa, si è dato per certo un racconto ancora da chiarire, costruendo immediatamente colpevoli e vittime perfette. Diritto internazionale: un dettaglio. Stato di guerra: ininfluente. Manuale di Sanremo: carta straccia. Il dettaglio, però, non è secondario. I presunti responsabili indicati da chi diffondeva quelle immagini sarebbero stati soldati israeliani. Ma nel meccanismo della narrazione emotiva la precisione passa spesso in secondo piano. Conta l’effetto, non l’esattezza.
A rendere tutto ancora più opaco contribuisce la facilità con cui certe immagini vengono manipolate, ritoccate o esasperate attraverso strumenti digitali. Volti accentuati, lividi enfatizzati, fotografie estrapolate da altri contesti o rielaborate per aumentare l’impatto visivo finiscono per alimentare un buonismo impulsivo e spesso cialtrone, che non cerca conferme ma soltanto adesione emotiva. L’obiettivo non è capire, ma indignare. Non chiarire, ma schierare. In questo clima il dubbio diventa sospetto, la verifica una perdita di tempo e qualsiasi prudenza comunicativa viene sacrificata pur di sostenere una narrativa già scritta.
Così nasce un doppio standard curioso. Da un lato si pretende purezza morale assoluta per alcune figure trasformate in reliquie civili. Dall’altro si diffondono contenuti dubbi, manipolazioni e ricostruzioni discutibili senza alcun controllo. La verità passa in secondo piano. Conta l’impatto emotivo, il riflesso istintivo, la reazione immediata.
Il problema non è rispettare chi soffre o riconoscere il valore di certe storie. Il problema nasce quando il rispetto diventa culto e il pensiero critico viene trattato come un sacrilegio. Una società adulta dovrebbe saper distinguere tra ammirazione e devozione, tra riconoscimento e mitologia.
Forse il carattere italiano è stato raccontato bene da Winston Churchill, con una frase rimasta impressa nel tempo: “Gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”. Dentro quella battuta c’è molto più di un sarcasmo britannico. C’è l’idea di un Paese che spesso vive tutto come tifo, appartenenza e rito collettivo, dove l’emozione prende il posto dell’analisi e la narrazione finisce per valere più della realtà.
Italians..
Piero Terracina

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