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Ci sono momenti nei quali la politica è chiamata a dare un segnale.
Non sulle riforme, non sui programmi, ma sui comportamenti.
La vicenda che in queste ore coinvolge il governo – tra le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, quelle della capo di gabinetto Giusi Bartolozzi e il caso ancora aperto della ministra Daniela Santanchè – appartiene esattamente a questa categoria.
È un passaggio delicato.
E per molti versi inedito.
Perché, al di là dei singoli episodi, ciò che emerge è una difficoltà complessiva nel definire una linea coerente sulla responsabilità politica.
I fatti, innanzitutto.
Delmastro ha scelto di dimettersi, parlando apertamente di responsabilità e riconoscendo la necessità di fare un passo indietro.
Bartolozzi ha seguito la stessa strada, dopo settimane di polemiche che avevano inevitabilmente indebolito il clima all’interno del ministero della Giustizia.
Due decisioni che la presidente del Consiglio ha definito come segnali di “sensibilità istituzionale”.
Un’espressione non casuale.
Perché richiama un principio che, nella tradizione politica italiana, ha sempre avuto un peso specifico.
La responsabilità non solo giuridica, ma politica.
Il punto, tuttavia, è che questa linea sembra interrompersi proprio sul caso più rilevante.
Quello della ministra Daniela Santanchè.
Su di lei, infatti, si è registrato un fatto che merita di essere sottolineato.
La presidente del Consiglio ha invitato pubblicamente la ministra a dimettersi.
Un passaggio di una chiarezza rara.
E proprio per questo di straordinaria rilevanza.
Nella storia dei governi repubblicani è difficile trovare precedenti analoghi.
Il rapporto tra Presidente del Consiglio e ministri è sempre stato gestito attraverso dinamiche interne, spesso riservate.
Le dimissioni, quando arrivavano, erano il risultato di una decisione maturata dentro il governo, non di una richiesta esplicita resa pubblica.
Qui, invece, il meccanismo si è rotto.
La richiesta c’è stata.
È stata chiara.
Ma non ha prodotto, almeno finora, l’effetto atteso.
La ministra non si è dimessa.
E questo apre un problema politico che va ben oltre il singolo caso.
Perché introduce una frattura tra l’indirizzo politico indicato dalla premier e la sua concreta attuazione.
In altre parole: la linea c’è, ma non viene seguita.
Ed è proprio qui che si misura la tenuta di un governo.
Nel momento in cui i principi enunciati si traducono – o non si traducono – in comportamenti coerenti.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, da parte sua, ha scelto una posizione di continuità.
Ha rivendicato la necessità di proseguire nel lavoro avviato, pur in un contesto reso più complesso dalla sconfitta referendaria.
Una scelta legittima.
Ma che si inserisce in un quadro già segnato da tensioni.
Perché il ministero della Giustizia, oggi, appare come uno dei punti più esposti dell’azione di governo.
Tra riforme mancate, polemiche interne e dimissioni eccellenti.
La sequenza degli eventi restituisce un’immagine non lineare.
Si dimette un sottosegretario.
Si dimette una capo di gabinetto.
Resta il ministro.
Resta una ministra al centro delle polemiche, nonostante una richiesta esplicita di dimissioni.
È una fotografia che racconta una difficoltà di sistema.
E che riporta al centro una questione antica.
Il rapporto tra responsabilità politica e tenuta dell’esecutivo.
Nella Prima Repubblica, il ricorso alle dimissioni era spesso rapido, talvolta persino automatico.
Nella Seconda Repubblica, questo meccanismo si è progressivamente attenuato.
Oggi sembra essersi trasformato in un terreno di valutazione caso per caso.
Ma proprio per questo il caso Santanchè assume un valore simbolico.
Perché segna un punto di svolta.
Non tanto per l’esito – che resta ancora incerto – quanto per il metodo.
Una richiesta pubblica di dimissioni da parte del Presidente del Consiglio non seguita da un’immediata conseguenza rappresenta un precedente.
E i precedenti, in politica, contano.
Perché contribuiscono a definire le regole non scritte del sistema.
Il rischio, in questa fase, è quello di una progressiva erosione del principio di responsabilità politica.
Non perché venga negato.
Ma perché venga applicato in modo disomogeneo.
E la disomogeneità, nelle istituzioni, è sempre un fattore di debolezza.
Il governo si trova dunque davanti a un bivio.
Rafforzare la propria linea, rendendola coerente e applicabile a tutti.
Oppure accettare una gestione più flessibile, ma anche più esposta a critiche e tensioni.
In ogni caso, il passaggio non è secondario.
Perché arriva in un momento già complesso.
All’indomani di un referendum perso.
Con riforme ancora aperte.
E con un orizzonte politico che conduce direttamente alle elezioni del 2027.
In questo contesto, la credibilità dell’azione di governo passa anche – e forse soprattutto – da questi segnali.
Dalla capacità di tenere insieme parole e decisioni.
Principi e comportamenti.
Perché la politica, alla fine, si misura anche così.
Non solo per ciò che promette.
Ma per ciò che è in grado di fare.
Cesare Mannucci

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