
Cosa sappiamo? Sappiamo che una quantità enorme di cliniche italiane, molte delle quali obsolete e prive di attrezzature all’altezza delle sfide della medicina moderna, è stata acquistata negli ultimi anni da fondi di investimento esteri, soprattutto nelle grandi città e, in particolare, a Roma. Nulla di illegittimo, naturalmente. Ma è lecito chiedersi quale sia la strategia che guida questi investimenti e quale idea di sanità si stia costruendo dietro le quinte.
Ho l’impressione che questi squali della finanza abbiano individuato nella salute il mare perfetto in cui cacciare. La preda, in fondo, siamo noi: cittadini sempre più fragili, appartenenti a un ceto medio impoverito e costretto a fare i conti con un futuro incerto. Forse i loro analisti, armati di sofisticati modelli previsionali e moderne “sfere di cristallo”, scommettono sul progressivo indebolimento della sanità pubblica italiana. Una sanità che, nonostante anni di tagli, carenze di personale e disinvestimenti, continua a essere tra le più valide e invidiate al mondo. La previsione potrebbe essere semplice: un Servizio sanitario nazionale sempre più in affanno, svuotato di molti dei suoi professionisti migliori, finirà inevitabilmente per esternalizzare quote crescenti di servizi. Un pezzo a questa clinica, un reparto a quell’altra, una convenzione qui, un appalto là.
Il risultato? Un sistema in cui il privato diventa indispensabile non per scelta strategica, ma per necessità. E il moltiplicatore di questo processo rischia di trasformarsi in una sorta di acceleratore della rinuncia alle cure, soprattutto per chi non dispone di risorse economiche adeguate. Lo so, la mia potrebbe sembrare fantasanità, materiale da romanzo distopico più che da editoriale. Eppure i segnali sono sotto gli occhi di tutti. Il continuo martellamento sull’inefficienza del Servizio sanitario nazionale sta producendo effetti profondi nella percezione collettiva.
Fino a ieri gli italiani si preoccupavano del mutuo, delle bollette, del costo degli studi dei figli, della qualità dell’alimentazione familiare sempre più condizionata dall’aumento dei prezzi. La salute, invece, rappresentava una delle poche certezze: un diritto garantito, una rete di protezione sulla quale poter contare nei momenti difficili. Dietro quella sicurezza c’era anche una figura oggi sempre più rara: il medico di famiglia. Un professionista che conosceva i propri pazienti, che ascoltava non solo i sintomi ma anche le preoccupazioni, le fragilità, le difficoltà quotidiane.
Oggi, troppo spesso, il cittadino viene parcheggiato davanti a una segreteria telefonica, a un centralino automatico o a una piattaforma digitale che risponde quando può e come può. L’impressione diffusa è quella di essere diventati un numero, una pratica da smaltire, non una persona da assistere.
Ed è forse questa la ferita più profonda. Più delle liste d’attesa, più delle polemiche politiche, più delle statistiche. Si sta incrinando il rapporto di fiducia tra cittadini e sistema sanitario. E quando la fiducia viene meno in un ambito che riguarda la malattia, il dolore e la sopravvivenza, il danno è enorme. Perché la salute non è un servizio qualunque. Non è un prodotto da acquistare sul mercato come un telefono o un’automobile. Tocca la dimensione più intima dell’esistenza umana.
Per questo motivo il progressivo indebolimento della sanità pubblica viene vissuto da molti come una minaccia diretta. Si sta attentando, per incapacità, miopia politica o semplice avidità, alle nostre paure più profonde: quelle che emergono quando siamo malati, vulnerabili e bisognosi di aiuto. Ed è proprio da qui che una società dovrebbe misurare il proprio grado di civiltà. Non da come cura chi può pagare, ma da come protegge chi non può farlo.
Angelo Santoro

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