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I fantasmi del passato e gli scontri di oggi: nella politica italiana il nemico è sempre dalla stessa parte

Ora come allora, la politica è un’arena affollata di traditori e nemici interni. Certo, gli anni passano e il contesto cambia, ma se guardiamo a questa campagna elettorale appena iniziata — dove tutti sono già sul piede di guerra e con il nemico da abbattere-  — non possiamo non avvertire un senso di già visto. In questi giorni il calendario sovrappone gli anniversari della scomparsa di tre giganti della politica italiana, tre leader che sono stati capaci di conquistare e coinvolgere milioni di persone: Enrico Berlinguer, il segretario del PCI morto l’11 giugno del 1984 in seguito all’ictus che lo colpì sul palco di un comizio a Padova qualche giorno prima; Giorgio Almirante, leader del MSI, che traghettò l’eredità del fascismo dentro i binari della democrazia repubblicana, morto il 22 maggio 1988; Silvio Berlusconi, scomparso il 12 giugno 2023, il fondatore di Forza Italia, partito costruito in pochi mesi per sbarrare la strada ai ‘comunisti’, che poi vinse le elezioni e governò l’Italia diventando per molti anni una forza determinante. Come sempre, la memoria divide.

di Nico Perrone | 14 Giugno 2026

Ora come allora, la politica è un’arena affollata di traditori e nemici interni. Certo, gli anni passano e il contesto cambia, ma se guardiamo a questa campagna elettorale appena iniziata — dove tutti sono già sul piede di guerra e con il nemico da abbattere-  — non possiamo non avvertire un senso di già visto. In questi giorni il calendario sovrappone gli anniversari della scomparsa di tre giganti della politica italiana, tre leader che sono stati capaci di conquistare e coinvolgere milioni di persone: Enrico Berlinguer, il segretario del PCI morto l’11 giugno del 1984 in seguito all’ictus che lo colpì sul palco di un comizio a Padova qualche giorno prima; Giorgio Almirante, leader del MSI, che traghettò l’eredità del fascismo dentro i binari della democrazia repubblicana, morto il 22 maggio 1988; Silvio Berlusconi, scomparso il 12 giugno 2023, il fondatore di Forza Italia, partito costruito in pochi mesi per sbarrare la strada ai ‘comunisti’, che poi vinse le elezioni e governò l’Italia diventando per molti anni una forza determinante. Come sempre, la memoria divide.

I militanti — quelli ancora mossi da memoria storica e passione autentica — continuano a scontrarsi, accusando questo e quello di aver svenduto gli “ideali puri e duri” di una volta. Eppure, la storia poi riserva anche delle sorprese. Molti, ricordando Berlinguer, storcono ancora il naso ripensando a quando Giorgio Almirante — il “fascista” per eccellenza — si presentò a Botteghe Oscure per rendere omaggio al feretro del rivale comunista. Chi scrive quel giorno c’era, e ricorda bene i mugugni e la tensione tra la folla presente. Ma ricorda anche che fu il partigiano Giancarlo Pajetta ad andargli incontro, a prenderlo sottobraccio e a scortare dentro. Quattro anni dopo, alla morte di Almirante, il PCI ricambiò l’onore: nella sede missina si recò lo stesso Pajetta e poi alle esequie Nilde Iotti, prima donna Presidente della Camera. Erano personalità forti, figlie di un’Italia che aveva vissuto pagine drammatiche e scontri feroci. Anni dopo si è saputo che durante gli anni di piombo, quando il terrorismo ‘rosso e nero’ sparava e ammazzava nelle strade, gli “arcinemici” Berlinguer e Almirante si incontravano di nascosto, al riparo da sguardi indiscreti, per una strategia comune a difesa delle istituzioni democratiche. Faccia a faccia a lungo, mentre fuori il MSI era ancora isolato dalla “conventio ad excludendum”. Fu Silvio Berlusconi, anni dopo, a sdoganare definitivamente quel mondo. Parlando nella “rossa” Casalecchio di Reno, alle porte della ‘rossissima’ Bologna, nel 1993 dichiarò che se fosse stato a Roma avrebbe votato per Gianfranco Fini come sindaco della Capitale. Fu la svolta. Due anni dopo, a Fiuggi, Fini sciolse il MSI per fondare Alleanza Nazionale, una destra di governo. Anche allora fioccarono accuse di tradimento e liti furibonde. Quella parabola trovò la sua spettacolare e drammatica fine il 22 aprile 2010. In diretta tv, gli italiani assistettero al Big Bang del Popolo della Libertà: Fini, indicando Berlusconi dal parterre della direzione nazionale, pronunciò la celebre frase: “Che fai, mi cacci?”. E cacciata fu. Un lungo legame ridotto in cenere tra veleni e reciproche accuse. I media dell’area berlusconiana aprirono il fuoco contro chi era passato a sinistra. Sul Giornale, un duro articolo di Gian Marco Chiocci (oggi direttore del Tg1) dove ricordò a Fini ‘il giuramento tradito davanti alla folla in lacrime per Almirante e Romualdi in Piazza Navona: la promessa ai camerati rinnegata 22 anni dopo…”.

Oggi la scena è diversa, forse sembra più civile, ma dietro le quinte lo scontro è feroce. E da qui alle prossime elezioni politiche ne vedremo delle belle. Ha iniziato la premier Giorgia Meloni, che nelle sue comunicazioni alla Camera per il vertice UE ha già individuato il nemico più insidioso, ed è alla sua destra: il generale Roberto Vannacci. Spinto dai sondaggi e circondato da già tante “sporche dozzine” di fedelissimi, il generale si è autoproclamato paladino della “vera destra”, accusando Fratelli d’Italia di essersi piegata ai compromessi del potere. E sondaggi alla mano, se la presidente del Consiglio non lo riporterà a casa, rischia di far perdere il centrodestra. Ma non stanno meglio nel centrosinistra. Le opposizioni, per ora, camuffano le loro rispettive pretese sotto la comune battaglia contro Meloni e compagnia, ma man mano che la scadenza elettorale si avvicinerà, i nodi verranno al pettine e scioglierli farà male. La differenza rispetto al passato? Oggi il “popolo” è meno ideale. Più che ai valori etici sembra guardare soprattutto a quelli che si incassano. Ma la voglia di veder scorrere sangue politico, quella, è rimasta la stessa.

Nico Perrone

Pubblicato in : Primo piano

Info Nico Perrone

Nico Perrone è il direttore dell'”Agenzia Dire”. Perrone, nato 64 anni fa a San Benedetto del Tronto, nel 1988 è tra i fondatori dell’agenzia Dire, di cui è stato il primo praticante giornalista. Da cronista parlamentare segue la politica nei vari ‘Palazzi’ fino al 1994, quando si trasferisce a Bologna per lanciare ‘Dire Emilia-Romagna’ come capo della redazione. Nel 2000 accetta la proposta di far nascere e di dirigere il nuovo quotidiano cittadino ‘Il Domani di Bologna’, allegato al quotidiano nazionale La Stampa. Nel 2006 il direttore della Dire, Giuseppe Pace, lo richiama a Roma per guidare il servizio Politico parlamentare affidandogli la vicedirezione della Agenzia.

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