
Per anni abbiamo raccontato a noi stessi che la sanità italiana fosse un patrimonio comune, un luogo dove la differenza tra ricchi e poveri si fermava alla porta del reparto. C’era chi stava in clinica privata e chi in corsia, ma l’esito era lo stesso: si usciva curati, si usciva vivi. Oggi questa narrazione non sta più in piedi e il sistema pubblico sembra diventato il pronto soccorso di un Paese che ha smarrito il concetto stesso di uguaglianza. Le liste d’attesa non sono più un disagio, sono una condanna. Il ceto medio vaga da un CUP all’altro come un profugo sanitario, mentre nel frattempo la sanità privata cresce, investe, assume, corteggia i migliori e li porta fuori dagli ospedali pubblici, lasciando dietro di sé reparti svuotati, professionalità interrotte e pazienti spaesati. È così che l’Italia ha trasformato la cura in un lusso e la diagnosi in un percorso a ostacoli. Ci viene chiesto di moderare i toni, di parlare con misura. Ma la misura la perde chi è costretto a rinviare un esame per mesi, non chi commenta da un salotto caldo con una tazza di tè servita da qualcuno che non potrà mai permettersi una visita privata. A Natale tutti si commuovono per la Piccola Fiammiferaia, ma fuori dalla fiaba nessuno invita la signora infreddolita a sedersi al tavolo e nessuno chiama l’amico medico dicendo “pago io, guardala subito”. Si preferisce il gesto simbolico, il pacco dono con torroni duri come il ferro e panettoni scaduti, accompagnati da un “buon weekend” in inglese, come se bastasse una formula patinata per equilibriare la scala sociale. Intanto la donna delle pulizie lava le scale mentre chi la incrocia, avvolto in pelliccia e profumo di lusso, crede di essere gentile solo perché articola un saluto. È la beneficenza di facciata, elegante, innocua, che non costa nulla e non aiuta nessuno. Nel frattempo si discute di nuove spese miliardarie, di piani di rilancio, di riforme futuristiche. Ma la domanda è più semplice: vogliamo che i migliori tornino nel pubblico? Paghiamoli. Non è arroganza, è la realtà che nessuno vuole dire ad alta voce. I medici preparati ci sono, ma stanno altrove perché altrove vengono rispettati. E mentre il dibattito si concentra su crisi internazionali che riempiono i talk show, la sanità affonda nel silenzio. Un silenzio che fa più rumore delle sirene delle ambulanze. Perché nel sistema attuale, al netto delle parole e delle promesse, la verità è drammatica e antica: il ricco campa, il povero muore.
Angelo Santoro

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