C’è un abisso tra il lavoro onesto e difficile della vera cooperazione e l’intreccio, tra il pasoliniano e il felliniano, di questa Capitale.
Qualcuno salvi la virtù della cooperazione, protagonista, ma in realtà vittima, della triste e molto squallida vicenda denominata Mafia Capitale. Se parte l’equazione tra cooperative e corruzione facile, si umiliano milioni di persone per bene, impegnate in mestieri insostituibili, che nessuna spa potrà mai fare.
E ad andarci di mezzo saranno i più deboli, che sono i destinatari della buona solidarietà cooperativa.
C’è un abisso tra il lavoro onesto e difficile della vera cooperazione e l’intreccio, tra il pasoliniano e il felliniano, di questa Capitale in cui la malavita entra come nel burro in quello che un tempo si chiamava generone romano: sottobosco politico, Cinecittà, stelline tv, calcio, evasione fiscale, terrazze vip e quartieri degradati.
La cooperazione è un settore economico di grande spessore e rilievo. Si basa sul principio – favorito dal fisco, anche se sempre meno, e garantito dalla Costituzione – che una volta raggiunto il risultato economico dell’equilibrio (principio ineludibile di sana gestione che deve valere per tutti, anche per chi lavora nel sociale), non si distribuisce il profitto, ma si investe negli scopi finali della singola società cooperativa e del movimento in generale, con l’accantonamento obbligatorio nei fondi mutualistici. Il capitale stesso, talvolta molto ingente, non verrà mai diviso tra i soci.
Nel mondo cooperativo, confluiscono alcune delle più nobili tradizioni ideali del cattolicesimo sociale, del socialismo democratico e del mondo laico liberale che, nell’Ottocento tedesco, la cooperazione la inventò come terza via tra capitalismo privato e pubblico. Nell’economia italiana, priva di grandi imprese, le cooperative sono un punto di forza anti crisi (è il segmento che ha retto meglio alla recessione) e non sono soltanto realtà piccole e piccolissime. C’è la cooperazione nelle Banche, con grandi realtà come le Banche popolari o la rete delle Casse Rurali, ci sono anche colossi della distribuzione e dell’edilizia (che talvolta, come cooperatori, sono davvero un pò forzati), ma nel sociale certamente dominano il piccolo, e il volontariato.
Solo queste cooperative sociali sono infatti adatte a entrare capillarmente nel reticolo dell’assistenza, della presenza accanto al bisogno vero, alla solitudine, alla risposta delle minute esigenze personali e collettive.
La cosa che disturba di più in questa storiaccia romana è proprio che al centro della scena siano delle cooperative sociali. Vengono i brividi se pensiamo a ciò che viene fatto – con sacrifici e tanto volontariato – ad esempio per dare lavoro a ex detenuti, o detenuti in regime di semi libertà, che hanno diritto al riscatto. E sono del resto migliaia i lavoratori incolpevoli che anche a Roma rischiano ora gli 800 euro guadagnati facendo un lavoro onesto. Magari sono soci cooperatori, che dovrebbero far valere davvero la regola dell’”uno vale uno” che è troppo spesso, si è visto anche in politica, la regola dell’uno che decide per tutti. A Roma c’era l’ex detenuto Buzzi che faceva leva sul sociale per corrompere la capitale e così infettare l’intero Paese, per parafrasare un’inchiesta del 1956 del primo “Espresso”, quello di Arrigo Benedetti.
A leggere di certi appalti milionari che giravano a Roma (“meglio lo sfruttamento degli immigrati che il mercato della droga”, dicono le intercettazioni), alle cooperative abituate a fare i conti con gli ultimi euro, cadono le braccia.
Difficile però far capire all’opinione pubblica le distinzioni che vanno fatte. Non tutte le cooperative sono uguali, così come non tutti i politici sono uguali. Pensarlo e dirlo porta solo a nuovi guai. Anche questo è un classico caso in cui bisogna buttar via l’acqua sporca, salvando l’innocenza del bambino.

Lascia un commento