
Bisogna avere il coraggio di dirlo, e mi dispiace persino deludere le orde di filorussi pronte a bersi qualsiasi stupidaggine pur di alimentare i propri sogni ideologici: Putin ha perso, senza riserve, la guerra per la quale aveva invaso l’Ucraina nel febbraio 2022. Certamente può ancora bombardare, distruggere città e infrastrutture e continuare a esercitare terrore sulla popolazione civile, ma gli obiettivi strategici iniziali sono saltati praticamente tutti. Doveva smilitarizzare l’Ucraina, allontanarla dall’Europa, ridimensionare la NATO e riaffermare la Russia come potenza dominante dell’Europa orientale. Ha ottenuto esattamente il contrario.
L’Ucraina è ormai de facto integrata nel sistema politico, economico e soprattutto militare europeo, anche se formalmente non è ancora membro della UE. I negoziati di adesione sono entrati nella fase concreta e Kyiv è già parte della futura architettura di sicurezza europea. Non appartiene ancora alla NATO, ma è profondamente inserita nel sistema occidentale di difesa, addestramento, intelligence, pianificazione e produzione militare.
Ed è proprio sulla tecnologia che emerge il capolavoro al contrario di Putin. L’Europa non considera più l’Ucraina semplicemente un paese al quale consegnare armi. Sta integrando la sua industria nella base produttiva europea della difesa attraverso joint venture, sviluppo congiunto, droni, sistemi anti drone, missili, guerra elettronica e tecnologie autonome. Il Regno Unito è andato ancora oltre, autorizzando il trasferimento di informazioni classificate relative a componenti missilistici per consentirne la produzione in Ucraina e avviando una cooperazione sull’intelligenza artificiale militare costruita direttamente sull’esperienza maturata sul campo di battaglia.
L’Ucraina che Putin voleva disarmare è quindi diventata uno dei principali laboratori mondiali della guerra tecnologica. Europa, Regno Unito e Ucraina non si limitano più a scambiarsi armamenti: stanno trasferendo tecnologia, know how e capacità produttive per costruire insieme i sistemi di deterrenza dei prossimi anni. In altre parole Putin, nel tentativo di rendere l’Ucraina militarmente irrilevante, ha contribuito a trasformarla in uno degli elementi centrali della futura difesa europea.
Nel frattempo la Russia ha pagato un prezzo mostruoso. Oltre 1,2 milioni di perdite militari complessive tra morti, feriti e dispersi, centinaia di migliaia di caduti, mutilati e invalidi, una parte enorme di due generazioni bruciata al fronte e una crisi demografica destinata a pesare per decenni. Tutto questo mentre l’economia civile viene progressivamente piegata alle necessità della produzione militare, assorbendo uomini, capitale e risorse che non producono alcuna ricchezza strutturale per il paese.
La Russia che nel 2022 veniva raccontata come militarmente autosufficiente è arrivata a dipendere da milioni di proiettili nordcoreani, missili e migliaia di soldati inviati da Kim Jong Un. Difficile immaginare una fotografia più chiara del ridimensionamento strategico di Mosca.
Sul Mar Nero l’umiliazione è altrettanto evidente. Un paese praticamente privo di una grande marina convenzionale è riuscito a distruggere o mettere fuori combattimento una parte consistente della Flotta russa del Mar Nero e a costringere molte delle unità superstiti ad allontanarsi dalla Crimea. Putin voleva dominare quel mare. Oggi deve preoccuparsi di proteggere le proprie navi dai droni navali ucraini.
A Mosca resta soprattutto una gigantesca capacità distruttiva. Missili, droni, bombe plananti, centrali elettriche, infrastrutture, quartieri residenziali. Il bombardamento delle città e delle infrastrutture civili è diventato uno degli strumenti principali attraverso i quali il Cremlino cerca di fiaccare una popolazione che non è riuscito a sottomettere né militarmente né politicamente. Distruggere un palazzo o spegnere una centrale non equivale a vincere una guerra. Significa soltanto continuare a infliggere dolore quando l’obiettivo politico originario è ormai sfuggito.
Putin voleva una piccola Ucraina debole, neutrale e subordinata alla Russia. Sta lasciando un’Ucraina armata, tecnologicamente avanzata, sempre più integrata nella UE e profondamente inserita nel sistema di sicurezza occidentale. Voleva dimostrare la rinascita della potenza russa. Ha ottenuto una flotta ridimensionata, oltre un milione di perdite militari, due generazioni dissanguate, un’economia piegata alle esigenze della guerra e una crescente dipendenza da Cina e Corea del Nord.
Il problema del Cremlino non è più come realizzare gli obiettivi del 2022. È trovare un’uscita abbastanza credibile da permettere a Putin di raccontare ai russi di aver vinto.
Putin voleva impedire all’Ucraina di diventare europea. Finirà probabilmente per essere ricordato come l’uomo che ce l’ha spinta definitivamente dentro.
Piero Terracina

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