
«Prepariamoci al peggio», ha dichiarato pochi giorni fa il primo ministro lettone Andris Kulbergs. I baltici hanno un recente passato comune con gli ucraini, fino al 1991 erano tutti concittadini sovietici. È più che lecito chiedersi, tuttavia, in che cosa consiste il peggio del peggio dopo quattro anni e mezzo di una guerra di aggressione che non conosce pause.
Stime ufficiose ma credibili parlano di 500mila soldati russi morti mentre sul lato ucraino i caduti sarebbero circa 150mila. Una vera ecatombe, intere generazioni cancellate, soprattutto nella Russia rurale. Tra le vittime, peraltro, andrebbero incluse anche le reclute pescate con l’inganno e la coercizione da Mosca nei Paesi del Sud Globale e poi mandate in prima linea senza un adeguato addestramento come denunciato da Amnesty International.
Negli ultimi sei mesi il fronte non si è praticamente mosso ma aumenta costantemente il numero dei caduti. Tutti gli osservatori guardano a domenica prossima quando si concluderanno le elezioni della Duma, il parlamento della Federazione Russa. Intendiamoci, il risultato è scontato, non è quello che conta. Russia Unita, il partito di Vladimir Putin, vincerà a mani basse con briciole di voti distribuite fra le formazioni minori vicine, comunque, a quella del presidente russo.
Yabloko, infatti, unico partito di opposizione che chiede la fine della guerra, è stato rimosso dalla competizione elettorale in agosto a seguito della sentenza della Corte Suprema di Mosca. Anche se si tratta di una pura formalità il rito elettorale serve a legittimare le scomode decisioni che l’inquilino del Cremlino si appresta a prendere nei prossimi giorni con riferimento, in particolare, alla probabile coscrizione di almeno 300mila uomini per rimpolpare un esercito che non sta raggiungendo gli obiettivi prefissati. E nonostante tutto questo la guerra in Russia non si può ancora chiamare guerra continuando la farsa dell’operazione militare speciale.

D’altronde siamo nell’epoca delle post-verità dove ognuno è libero di sparare qualsiasi panzana con la pretesa di essere creduto indipendentemente dall’evidenza dei fatti. Lo sa benissimo anche Donald Trump che ha chiamato la sua rete social Truth, ovvero Verità, appunto, dove persino gli operatori meno smaliziati di fact-checking sarebbero costretti all’abbandono di fronte alla serialità scientifica delle menzogne contenute nei post pubblicati.
A pochi giorni dal mio ritorno da Odessa continuano a partire sirene di allarme dal mio telefonino. All’arrivo in Italia non ho disattivato l’app del governo ucraino che segnala il pericolo imminente di attacco aereo regione per regione. A me serve per ricordare i volti di chi ho appena lasciato e risintonizzarmi da remoto sulla routine vissuta dai cittadini ucraini ogni giorno della settimana. Il terrore è la nuova quotidianità, siamo oramai alla fase di “guerra totale”. Non esiste più alcuna distinzione fra obiettivi militari e obiettivi civili. Scuole, ospedali, centri commerciali, stazioni di servizio, condomini, aree residenziali, persino navi cariche di cereali, autobus di linea e treni in corsa, tutti sono potenziali bersagli dei droni e dei missili russi, nulla viene risparmiato.
Il messaggio è chiaro, quello che non riesco ad ottenere sulla linea del fronte cerco di ottenerlo almeno a livello psicologico colpendo indiscriminatamente la popolazione civile per distruggere il morale di un intero popolo. Si avvicina il cambio di stagione e la prospettiva di un altro inverno di gelo e buio si fa più concreta in considerazione del fatto che la contraerea ucraina non è, per il momento, in grado di reggere gli attacchi missilistici. La macchina da guerra russa funziona a pieno regime, quella ucraina senza il sostegno europeo sarebbe destinata inesorabilmente alla capitolazione. È forse quello che si augura, purtroppo, una buona parte dell’opinione pubblica italiana. Volenti o nolenti anche noi come il resto d’Europa siamo diventati una retrovia del conflitto, coinvolti in una guerra ibrida di cui troppi non si rendono conto o non vogliono vedere. La posta in gioco non è il Donbass, come alcuni si illudono, ma l’intera Ucraina come stato indipendente, sovrano e democratico agganciato all’Unione europea e ai valori che questa rappresenta. Nelle ultime ore Putin ha esortato i russi a recarsi alle urne sottolineando che ciò costituirebbe «una risposta collettiva a coloro che cercano di indebolire la Russia, ostacolarne lo sviluppo e privarci della nostra sovranità e del diritto di determinare autonomamente il nostro destino». Diritto sacrosanto che, purtroppo, si rifiuta di riconoscere all’Ucraina.
Paolo Bergamaschi
(da Vita.it)

Il voto è una formalità ovunque, anche in Italia e nel resto d’Occidente. Ove comanda il grande capitale.
Almeno in Russia ci sono i comunisti e i socialisti seri, all’opposizione.
In UE sono pressoché scomparsi.