
Nel caotico scenario politico contemporaneo, dominato dalla frammentazione e dalla ricerca spasmodica di un baricentro identitario, assistiamo sempre più spesso a spericolati tentativi di arruolamento della memoria storica.
L’ultima suggestione che circola in certi salotti del populismo di destra – e che rimbalza tra i sostenitori del generale Roberto Vannacci e delle sue ultime sponde associative – vorrebbe tracciare un filo rosso tra l’autonomismo socialista di Bettino Craxi e l’improvvisata ascesa politica dell’alto ufficiale eletto a Bruxelles.
L’equivoco di fondo si basa su una lettura superficiale del concetto di “decisionismo“: la tendenza a confondere la rottura degli schemi ideologici con la pura e semplice provocazione reazionaria.
Ma confondere l’autonomismo craxiano con il “mondo al contrario” di Vannacci significa compiere un falso storico e intellettuale che questa testata, custode e voce della tradizione del socialismo riformista, ha il dovere di respingere con fermezza e chiarezza editoriale.
L’autonomismo che Craxi teorizzò a partire dal Midas nel 1976, e che trovò la sua massima espressione nel celebre saggio su Proudhon del 1978, non era un isolazionismo rancoroso né un manifesto della nostalgia. Al contrario, fu il grimaldello con cui il PSI si liberò dall’egemonia culturale del comunismo di stampo sovietico e dal massimalismo per ancorare definitivamente l’Italia alle grandi socialdemocrazie occidentali.
Craxi intendeva l’autonomia come emancipazione dai dogmi, modernizzazione dello Stato, laicismo, valorizzazione del merito e apertura ai nuovi ceti produttivi della società che avanzava. Anche quando l’orgoglio nazionale toccò il suo apice nella crisi di Sigonella del 1985, la rivendicazione della sovranità italiana non fu un atto di rottura isolazionista o un nostalgico ritorno al passato. Fu, al contrario, la riaffermazione del diritto internazionale, della dignità dello Stato e del ruolo strategico e mediterraneo dell’Italia all’interno delle stesse alleanze occidentali.
Era cultura di governo al servizio della nazione, non propaganda di retroguardia. La proposta politica e valoriale che gravita attorno a Roberto Vannacci si muove su binari diametralmente opposti. Come questa redazione ha più volte sottolineato analizzando il dibattito pubblico, il modello proposto dal generale non punta all’evoluzione o alla modernizzazione dei diritti civili e sociali, ma alla conservazione e alla selezione nostalgica di un’identità rigidamente codificata.
Laddove Craxi guardava all’Europa del benessere, dello sviluppo e delle grandi riforme istituzionali per superare i blocchi del Novecento, il sovranismo identitario di Vannacci guarda indietro. Ne cavalca le paure e le fragilità e propone un’idea di società chiusa e gerarchica. Non c’è traccia di cultura socialista, né di riformismo o di rispetto per il pluralismo nell’agenda populista. Liquidare l’autonomismo socialista come il precursore di una destra identitaria significa non aver compreso la natura profonda della storia politica italiana.
Bettino Craxi è stato un uomo delle istituzioni democratiche che ha cercato di riformare lo Stato dall’interno. Il tentativo di elevarlo a padrino spirituale dell’antipolitica o di un populismo militaresco è un’operazione fallimentare. L’eredità del riformismo socialista rimane un patrimonio indisponibile per chi professa il dogma dell’esclusione e della reazione.
Raffaele Amendola

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