Se i populisti italiani – Salvini, i 5S, qualche esponente di sinistra con la sindrome di Vichy – sono da combattere apertamente e duramente, non tutto delle suggestioni agitate dai populisti è da buttare. Parlo, ovviamente, delle suggestioni perché di altro non è possibile parlare. Non di una visione dell’Italia o di un’Europa diversa, non di ricette efficaci per contrapporre alle “denunce” le soluzioni, non di programmi di lavoro proiettati nel futuro. Il populismo al governo non offre nulla di rilevante. I populisti italiani brandiscono la paura, l’odio e l’invidia per accumulare consenso utile solo a rimanere attaccati alle poltrone governative. Nulla di nuovo o di diverso dal populismo europeo e internazionale. Nelle società liquide dove domina la solitudine del cittadino, ha scritto Bauman, “le uniche comunità che …gli amministratori dello spazio pubblico possono offrire…sono quelle permeate di paura, sospetto e odio”. Questo fanno i populisti italiani e combattendo loro dobbiamo combattere quei sentimenti valutandone gli elementi costitutivi e operando per rimuoverli. L’aspirazione a una società più equa e più giusta, il rivendicare una struttura più democratica delle istituzioni, dell’informazione e dell’economia, dovrebbero coincidere con le culture riformatrici e le azioni delle forze politiche che si oppongono al populismo. Così, fino ad oggi almeno, non è stato. Non si è mai materializzata la “rivoluzione liberale” più volte evocata da Berlusconi né ha avuto successo il “cambiamento” che il primo Renzi – quello della rottamazione – aveva disegnato con idee e parole d’ordine forti e convincenti. Entrambi, alla prova del governo, limitati da fattori diversi, hanno sostanzialmente fallito, adagiandosi all’Italia dominata dalle corporazioni, dagli interessi particolari e dei conflitti di interesse. Un’Italia della burocrazia opprimente e inefficiente, delle caste nella giustizia e nell’università, di un capitalismo familiare poco etico, portato alla privatizzazione dei profitti e alla socializzazione delle perdite, e proiettato dalla globalizzazione fuori dagli interessi nazionali. Finita l’epoca delle vacche grasse – quella della crescita economica e dell’accumulo di debiti da scaricare sulle future generazioni – l’equilibrio degli egoismi è crollato lasciando libero il campo al tutti contro tutti, a quella paura, al sospetto e all’odio generalizzato di oggi. Sentimenti che si alimentano, giorno dopo giorno, dall’esperienza nella vita reale di ogni italiano che ha a che fare con le truffe delle compagnie telefoniche e del gas, con l’opacità in generale delle aziende di pubblico servizio, delle banche e delle assicurazioni, con l’ottusità delle burocrazie e l’incapacità delle istituzioni e della politica di dare trasparenza. Che si trova senza difese contro gli abusi di un fisco forte con i deboli e debole con i forti. Un italiano attonito di fronte alla difficoltà di essere cittadino e non suddito. Un italiano che tra social, Tv e giornali, tutti ampiamente rappresentanti interessi economici e politici, appare sempre più frastornato e in difficoltà a formarsi opinioni non emotive. Ai grandi problemi del paese sui quali ingrassano i populismi non si risponde solo con le condanne, gli anatemi e la rievocazione dei fantasmi del passato. Che l’Europa sia il nostro futuro non è negoziabile. Quale Europa debba essere si e anche in maniera dura rispetto a come, storicamente, si è determinata. Che l’Italia abbia bisogno di profonde e organiche riforme non può essere ignorato e deve diventare l’obbiettivo del lavoro per chiunque voglia battere i populisti. Dalla riforma istituzionale e costituzionale a quella della giustizia con la separazione delle carriere dei magistrati, da una forte azione a tutela della concorrenza e dei consumatori ad una legislazione concreta sulla trasparenza e il conflitto d’interesse, dal ritorno ad uno stato di diritto con l’onere della prova (nella giustizia come nel fisco) a carico dello stato ad una legislazione che impedisca ai gruppi economici, industriali e finanziari di possedere l’informazione. L’elenco delle cose da fare sarebbe infinito. Si pensi solo alle mancate liberalizzazioni a fronte di privatizzazioni quanto meno dubbie o all’incapacità di scelta dimostrata in questioni strategiche quali la banda larga e la digitalizzazione. L’Italia ha bisogno di una rivoluzione democratica che la porti nell’alveo delle migliori esperienze internazionali. Servono, un progetto riformatore forte, nuove formazioni politiche, parole d’ordine semplici e leadership che guardino al futuro senza muoversi con la testa rivolta all’indietro.
Vincenzo Caciulli

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