Marchini, aldilà della sua storia familiare tinteggiata di rosso, ha quasi sempre mostrato una garbata ma ferma ritrosia ad intrupparsi col centrodestra: pronto a intercettarne i voti, ma per tenerseli. Come non detto però: Berlusconi prima e Salvini dopo l’hanno a turno preteso per rappresentare tutta la coalizione. Bertolaso è stato incoronato dal primo e rifiutato con gradualità dal secondo. Appesantito per la prossima campagna elettorale con qualche pendenza da risolvere, l’’uomo del fare fin da subito non ha fatto comunque mistero delle sue simpatie pregresse per i partiti di centrosinistra. Stessa musica per la Dalla Chiesa, tirata in ballo in un momento di evidente ulteriore sbandamento che, pur lusingata, in ventiquattrore ha provveduto a declinare rammentando di simpatizzare – da sempre – per il centrosinistra.
Storace gioca in casa e mira a raccogliere voti per pesarli e proporli alla vigilia del ballottaggio, se non in capo a Raggi e Giachetti. Tra i suoi supporter c’è anche Fini: un casseur sotto mentite spoglie e di rara perizia per azzerare qualsiasi destra gli capiti a tiro. Tosi, malgrado sia già un sindaco, sta facendo più di un pensiero sul Campidoglio dacché è stato sollecitato da amici premurosi e speranzosi come sanno essere e blandire gli ex democristiani. Superati i tentennamenti iniziali e il no perché felicemente impegnata per i prossimi mesi, Giorgia Meloni ha dovuto esserci dopo che Bertolaso è stato politicamente congedato: stretta a destra tra Storace e Salvini, il rischio sarebbe stato la conseguente marginalizzazione del suo partito. Una donna alla quale in più occasioni non sono mancati riconoscimenti di responsabilità e di lucidità, ma la cui scelta appare in questo momento oltre che divisiva – pur anticipata in questo dalla Lega – destinata probabilmente a soccombere lungi dal ballottaggio, rischiando così di appannare l’immagine e le potenzialità.
Questa la dolorosa sintesi di uno spettacolo messo in scena a Roma da un mese in qua dai responsabili del centrodestra, contrassegnato da questa affannata pasticciata ricerca del candidato, che ci ha evocato le peggiori immagini e le più ridicole similitudini che il grande circo della politica italiana ci riserva senza più alcuna remora. A furia di patire da troppo tempo bestialità e tatticismi, defezioni e veti incrociati non possiamo nemmeno dirci stupiti. Anzi, conoscendo i nostri polli immaginavamo che da qualche parte qualche casino l’avrebbero combinato. E così è stato. Hanno scelto di dare il massimo – almeno per il momento – proprio a Roma dove la memoria ancora fresca dell’esperienza tragicomica di Marino poteva propiziare il ballottaggio centrodestra e cinquestelle.
No, troppo semplice, troppo prevedibile. Ai nostri strateghi di Risiko sta a cuore la battaglia per la leadership dello schieramento anche a costo di frantumarlo e sdottorare sulla psicanalitica soppressione del padre. Un gran gusto a pompare dietrologia per farne a tutti i costi malevola profezia sul candidato scelto per perdere, l’ostaggio di Renzi e il patto del Nazzareno due. Ai nostri veterani della politica alla amatriciana poco importa quello che gli elettori romani chiedono in forza di ciò in cui ostinatamente credono, che caldeggiano o che solo accarezzano: un programma semplice e condiviso sintesi delle anime del centrodestra, un candidato sindaco e una squadra affidabile e conforme, la volontà e la capacità di rivoltare come un calzino tutto l’apparato capitolino, una visione politica e valoriale inequivocabilmente antitetica al centrosinistra. Ecco, se ancora qualcuno va domandandosi perché la rassegnazione e la disaffezione hanno fatto strage tra gli elettori, queste candidature plurali e a getto continuo in assenza di ragionevolezza condivisa sono una risposta attualissima. Solo l’ultima peraltro in ordine di tempo.

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