L’uso, e più spesso l’abuso, del vocabolo famiglia, assunto a paradigma di uno stile di vita regolato, determinato, socialmente normalizzato e normalizzante rispetto all’avanzare minaccioso di una “diversità” che pretende di avere diritto di riconoscimento, ci spinge a qualche riflessione che, per forza di cose, non può che essere strettamente individuale ed oggettivamente legata all’esperienza personale.
Da laici e liberali quali siamo, rifuggiamo dalle categorie e riteniamo impossibile parlare di famiglia, o di qualunque altro tema, come di un modello standardizzato adattabile a tutti – così non è, e mai come in questi ultimi tempi la cronaca, purtroppo, ci ha mostrato come la famiglia, spesso, può anche diventare il luogo delle più atroci violenze perpetrate dai suoi stessi componenti.
Non possiamo dunque condividere l’approccio cattolico che tende ad idealizzare matrimonio e famiglia, a farne categorie oggettive dell’esistenza, ontologicamente definibili, e di fatto intoccabili, quando la dinamica dei rapporti interpersonali continua a riproporsi come lo spazio di maggior confronto fra gli individui che ne sono coinvolti.
La sottoscritta proviene da una famiglia vasta, intendendo con ciò un gruppo numeroso di persone disceso dai nonni ai genitori, a zii e zie, fino ai nipoti ed oggi anche bisnipoti, a formare un insieme quantomai eterogeneo, composito, eppure tuttora funzionante come entità relazionale. La “normalità” di questa famiglia potrebbe, a prima vista, consistere nell’eterosessualità – coppie di genitori hanno dato vita a coppie di figli che hanno a loro volta, con i rispettivi compagni/e, generato altri figli. In realtà, la vera normalità sta altrove, se per normalità si può intendere – come ritiene chi scrive – una forma di convivenza di diversità assortite che pure non confliggono ma, anzi, si equilibrano l’un l’altra. Mai, nel corso della nostra esperienza di vita come membri di un nucleo familiare, abbiamo sentito esprimere una forma di discriminazione pregiudiziale verso scelte di vita affettiva “diverse” da quelle praticate nella nostra famiglia. Ciò che ci è sempre stato dato come regola di vita, ma prima di tutto come esempio praticato quotidianamente, si può riassumere così: agisci come credi, purchè tu fornisca motivazioni razionali e logicamente valide delle tue scelte di vita. Questo ha comportato un’assunzione di responsabilità morale ed intellettuale che è andata di pari passo con l’apprendimento del rispetto della libertà di scelta dei singoli individui. Ci è stato insegnato a chiederci sempre il perché delle cose, per farlo poi diventare il nostro perché di persone, nel rispetto dei perché altrui – sembra un gioco di parole, ma in realtà è un valore altissimo che ci ha guidati per tutta la vita.
Oggi, in questa famiglia, coesistono quelli che convivono ed hanno figli, quelli che si sono sposati civilmente ed hanno figli, quelli che si sono sposati religiosamente ed hanno figli, quelli che non hanno fatto nessuna di queste scelte per loro precisa volontà senza che qualcuno rompesse mai loro le scatole per questo. E’una coesistenza che si regge indubbiamente su vincoli affettivi profondi, ma anche su una dialettica vivace, aperta, comprensiva delle specifiche diversità, che però non fa mai venire meno il rispetto né sminuisce il senso naturale di appartenenza che ognuno avverte nei confronti degli altri.
Il dato interessante è che in questa famiglia non si sono mai registrati né un divorzio né una separazione. Dunque, ci sentiamo di affermare, alla fine di questa privata riflessione, l’unica profonda verità che da questa esperienza familiare abbiamo appreso: che il rispetto autentico delle scelte di vita individuali genera forza, non debolezza. Per questo, crediamo e continueremo a credere nel diritto di tutti a vedersi rispettati e non discriminati: con buona pace di Ruini, è un principio che abbiamo imparato dalla nostra famiglia.
Chiara Boriosi

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