Aumenta il numero dei poveri: cittadini italiani da generazioni, non quelli in attesa della mecca dello “jus soli”,una legge “sfasciaItalia”. Aumentano gli immigrati in cerca di fortuna, che tutti gli altri Paesi europei rifiutano. Aumenta l’allarme quotidiano per la sicurezza pubblica e civile. Aumentano le “grida manzoniane” di sindaci buontemponi, anche per interdire i giardini pubblici ai minori di 14 anni non accompagnati, anziché garantirne l’ordine, come avveniva negli oratori e nei parchi-gioco. In questo sfascio quotidiano, senza una stabile maggioranza parlamentare espressa alle urne, a rischiare il collasso non è il governo, ma lo Stato, proprio nel 70° dell’avvento della forma repubblicana. Se n’è accorto persino Corrado Augias, che sente odore di “1922”.
Come sempre accade in tempi calamitosi, invece di guarire la peste qualcuno inventa gli “untori” e grida al “complotto”: trame occulte, qualche “piduista” ormai centenario, un trotkysta, un liberale (ne esistono ancora, Antonio Patuelli a parte?). E, immancabilmente, scatta l’allarme contro i “rigurgiti del fascismo”. Manca solo l’allarme contro gli elefanti di Annibale. Potrebbero passare attraverso il “buco di Viso”?
Ed ecco che, mentre Gentiloni, Minniti, ecc. fanno il gioco dei quattro cantoni rimpallandosi tra interlocutori garruli sul nulla e muti sulla sostanza (Merkel, Macron…), la onorevola Laura Boldrini e altri aprono la caccia a quel fascismo che neppure nei loro anni fulgenti Benito Mussolini e Giovanni Gentile riuscirono a dire che origine avesse che cosa davvero fosse e/o volesse essere: più azione che idee, comunque. È in atto un’enorme “distrazione di massa”. In un’Italia devastata da centinaia di roghi dolosi, arsa dal malgoverno delle acque più che dalla siccità, ci si ristora con la damnatio del passato remoto: fasci, aquile, gladi.
Perciò val la pena ricordarne qualche frammento storico.
Dopo 1500 anni di oblio, i Fasci littori e le Aquile romane conobbero nuova fortuna con la stagione più costruttiva della Rivoluzione francese: dopo le stragi di illuministi e aristocratici favorevoli al cambiamento e persino di preti massoni come Jean Gallot (proclamato beato da Pio XII) e dopo il Terrore giacobino di Robespierre e Sain-Just (giovinastro fanatico, come tutti gli improvvisati), il Direttorio e Napoleone riscoprirono i simboli della romanità classica. Il Fascio, emblema dell’unione e della Giustizia, e l’Aquila Sovrana (segno sapienziale e divino: lo stesso raffigurato nel Dollaro americano) fecero da filo conduttore dei liberali contro l’assolutismo teocratico. A monopolizzarli furono poi democratici, progressisti e protosocialisti. Giuseppe Garibaldi predicò il “fascio della massoneria” quale base dell’unione nazionale, il “patto di Roma” che doveva fondere insieme le forze migliori del Paese: scienza e dedizione alla Patria, al di sopra di ogni divisione antica e presente. Era il punto di arrivo e di partenza del Risorgimento nazionale. Per Giuseppe Garibaldi il Risorgimento era un principio, non un partito. Il Generale, del resto, trovava fastidioso sentir parlare di “garibaldini”. I volontari al suo seguito dovevano sentirsi e dirsi esclusivamente “italiani”.
Ma “chi ha paura del Risorgimento?” si domandava un anno fa Romano Ugolini, Presidente dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, una vita dedicata allo studio di Mazzini e Garibaldi, i due liguri che spianarono la via a Cavour e a Vittorio Emanuele II. In realtà il Risorgimento, ovvero l’unità nazionale, ha tanti nemici, da decenni insediati in posizioni chiave e decisi a cancellarlo dalla memoria degli italiani. Sono quelli che lo considerano frutto di un “complotto” per abbattere il papa-re e la religiosità, soggiogare il “popolo” a beneficio delle “sette”, sfruttare il Mezzogiorno a vantaggio della borghesia settentrionale, in combutta con il capitalismo straniero fiorito nell’Europa industrializzata. Questi fanatici anti-unitari sono accomunati dalla totale afasia quando debbono spiegare che cosa sarebbe l’Italia attuale se non fosse, bene o male governata, uno Stato unitario, con confini vulnerabili ma almeno tracciati sulla carta e prima o poi da rivendicare come fanno tutti gli altri Stati europei, e non solo essi.
Però in un ventennio i nemici dell’Unità nazionale sono riusciti a fare tabula rasa del patrimonio morale del Risorgimento e della Terza Italia. Si cominciò con l’abolizione delle cattedre di storia del Risorgimento, assorbite nel calderone della storia contemporanea a sua volta suddivisa in un caleidoscopio di denominazioni variopinte. Col decreto ministeriale n. 682, beffardamente datato 4 novembre 1996, il comunista Luigi Berlinguer, ministro della Pubblica istruzione, anticipò lo studio dell’unificazione nazionale dall’ultimo al penultimo anno di tutte le scuole: lo “archiviò” nel passato remoto. Furono Carlo Azeglio Ciampi e, nel 2011, Giorgio Napolitano a riproporre la Nuova Italia al centro dell’attenzione: il tricolore (sia pure privo dello scudo sabaudo), il “canto degli italiani” (chiunque ne sia l’autore, incita all’unione, all’amore, alle “vie del Signore”…: un inno neo-guelfo), l’unità dalle Alpi a Capo Passero. Gli italiani riscoprirono Edmondo De Amicis (i cui Bozzetti di Vita militare erano già stati ripubblicati dal generale Oreste Bovio, capo dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito e membro della Consulta dei senatori del regno) e soprattutto quel Garibaldi che è il fumo negli occhi nell’anno di Mentana e mentre si avvicina il 150° di Porta Pia.
Che cosa accade ora? Il glorioso Istituto per la storia del Risorgimento italiano, con tanto di sede al Vittoriano, dall’oggi al domani è stato “commissariato”. È l’unico Istituto italiano di storia forte di un centinaio di comitati in Patria e all’estero, oltre un secolo di storia, con un consiglio di presidenza elettivo anziché di “nominati”, un Museo, pubblicazioni, migliaia di soci, una “Rassega storica” di alto livello diffusa in tutto il mondo… In un mondo accademico corrivo al nepotismo l’Istituto ha incentivato studiosi senza tessere di partito: iscritti “alla storia d’Italia”. Il Consiglio di Presidenza (vicepresidente Gabriella Ciampi) giustamente si oppone a una decisione ministeriale dal sapore strano, ammantata da vaghi cenni a supposte irregolarità amministrative. “La calunnia è un venticello…”.
Ai “cacciatori di teste” che vorrebbero cancellare la storia patria, il Risorgimento e quanto veramente accadde in Italia anche dopo il 1922 ricordiamo l’eccelsa figura di Alberto Beneduce: riformista, oratore del Grande Oriente d’Italia, antifascista militante, ideatore nel 1929-1932 dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), riordinatore della Banca d’Italia. Un Patriota che a una figlia, non battezzata, dette il nome di “Idea Socialista”.
Come faranno Boldrini & C. a distruggerne la memoria? Con lo “sfascismo”. E magari proponendo di dare alle fiamme i libri che cercano di documentare e capire le pagine più difficili e dolorose del nostro passato, come la Storia del Partito Fascista Repubblicano di Roberto D’Angeli, candidato al Premio Acqui Storia 2017. La storia d’Italia è plurimillenaria e procede a segmenti. Va studiata in tutta la sua grandiosità, con volo d’aquila, non cancellata.
Aldo A. Mola

L’imposizione di un commissario all’Istituto per la storia del Risorgimento appare come un vero e proprio atto di prepotenza e di violenza. Chi ne è il colpevole ? Il ministro ? Il governo ? Un presidente del consiglio che volesse esser degno della carica e , nella fattispecie, del nome che porta, dovrebbe intervenire: prima di tutto per chiarire; poi per salvaguardare quel nostro prestigioso Istituto