Nel nostro Paese, in politica andare contro corrente, è un’impresa titanica; per settant’anni è valsa e non ancora tramontata la ‘regola’ che il potere logori chi non lo ha, però oggi si sta affermando in parallelo, chi si ponga in modo antagonista nei confronti di qualsivoglia potere. Nella prima come nella seconda repubblica, vedi Sicilia, è assai arduo affrontare la ‘corrente’ ingrossata sia dalle attese delle corporazioni attive, sia di quelle rimaste deluse e sia di quanti si fanno illudere che il ‘miracolismo dell’anti sistema’ e l’invocare il fatti più in là possa di per sé risolvere antropologici problemi e le più recenti contraddizioni. Una combinazioni di fattori, che aumentando la portata della corrente a sfociare in una forma di delta, che mette a pericolosamente a dura prova il nostro fragile e complesso sistema democratico. siamo immersi in uno scenario, pericolosamente caratterizzato da un eccesso di accondiscendenza mediatica, che di fronte al proliferare di proposte per la sregolatezza per la spesa pubblica, ne rimuove i ‘marosi’ che contrastano e contrasteranno alla foce le correnti, regole condivise e sottoscritte, principi e norme di democrazia consolidate, le dinamiche della modernizzazione con il cambio di approccio formativo e culturale che richiede. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, le mirabolanti promesse di fantastiliardi che conducono a campagne elettorali di tipo terzomondista, che, non possono destare solamente le preoccupazioni della Chiesa romana, e che invece, dovrebbe suscitare il sussulto di responsabilità della classe dirigente del Paese di fronte al rischio di derive ‘autarchico sovranista’, e di modelli di ‘Repubblica Giudiziaria’. Stiamo assistendo ad un processo di manipolazione informativa’, che va assai oltre al prendere una parte; perché se l’obiettivo primario della ‘propaganda manipolatrice’ diventa il clamore per un negativo finalizzato sollecitare il ‘sistema dei rancori’, la riflessione non può che essere d’obbligo, per le difficoltà che si finisce per far ricadere su qualsiasi tentativo di riformare. ‘Anche stasera abbiamo molto da raccontarvi’, annuncia ogni sera il più ‘accreditato degli anchormen’, televisivi, che preannuncia lo zibaldone di tutti i ‘malus’ di giornata, senza il contrappeso di ‘accidentali bonus’, con l’enfatizzazione della povertà di un confronto politico visto dal lato degli insulti propedeutici all’incomunicabilità di un tutti contro tutti. E’ una declinazione che ha come fine il far disprezzare, la politica ‘tout court’ e con essa, per la proprietà transitiva, il discredito delle istituzioni impattate dalla politica. Una tendenza, ormai pluriennale, di una sorta di ‘auto da fè’ , che salvaguardia il sistema democratico, grazie alla salutare convergenza tra il potere dell’informazione e quello del Sistema Giustizia, in termini di caposaldi della Repubblica Giudiziaria che s’intende continuare a perpetrare. La Repubblica Giudiziaria serve a surrogare le funzionalità democratiche del sistema, esenta la politica, dalla primaria e distintiva esigenza, di condivisione delle conoscenze e di disporre delle competenze necessarie per governare: tanto più la politica appare incompetente tanto più si legittima la Repubblica Giudiziaria. Il processo di cui avvalersi è di inferire il massimo dei colpi tanto alla botte quanto ai cerchi, il goal è l’accrescimento dell’insoddisfazione diffusa, indipendentemente dalla genesi dei fatti, e a questo fine sono assai utili le difficoltà delle atipiche leadership, in un sistema elettorale rappresentativo: inconsistente quella posticcia del movimento pentastellare, declinante quella del segretario PD, e imbalsamata senza successione quella di Berlusconi, tutte funzionali per far restare mazzieri del gioco, informazione, procure della Repubblica e tribunali ammnistrativi. Non può quindi stupire l’annichilimento che si da al dualismo tra conservatori e progressisti, ai rischi di arretramento del nostro Paese in termini di sviluppo e ‘modernizzazione’, al rischio di arretramento che corre la democrazia: dall’omologazione di un personale politico non all’altezza, da una politica senza visione di prospettiva che cortocircuita verso irripetibili convenienze del passato, sulla disattenzione rispetto alla pavidità, auto conservativa, della managerialità pubblica. In un simile scenario si finisce per non sorprendersi per il proliferare di una politica declinata alla ricerca del voto di scambio: la retribuzione del non lavoro, la protrazione dell’esenzione fiscale/contributiva nel tempo, da contrapporre alla progettazione per creare occupazione con prospettiva, tutto ciò mentre siamo il Paese che guida la graduatoria europea dei Neet, i giovani che non studiano e non cercano lavoro, eppure non sono pochi i ‘distretti’ che abbisognano di figure professionali per rendere competitive le imprese, e se in merito il Parlamento evidenzia i propri ritardi le Regioni , nella ‘forsennata’ ricerca di espansione del proprio potere, smarriscono le leve che legittimino l’esigenza di autonomia, denotando un insufficiente cifra di conoscenze e di visione. In Lombardia, andare contro corrente significa avere la consapevolezza delle grandi trasformazioni che incombono sulle nostre comunità: il lavoro e l’impatto della dinamica tecnologica, le retribuzioni medie coerentemente legate alle produttività ed alla territorialità, il dinamismo del terziario così detto low cost, che pur offrendo i posti di lavoro tende a sfuggirne le regole, la domanda sociale e di servizi che per la sua dinamica e non richiede blandizie ma idee e progetti per un progressivo miglioramento. Le risorse a disposizione hanno scarse possibilità di incremento, e la vera opportunità è quella di saper aumentare la produttività della spesa attuale, per fare di più e meglio. Ma per poterlo fare la democrazia rappresentativa, non può più abusare dell’ incompetenza di chi vota, facendogli corrispondere la presunzione di competenza affidata ai legulei della burocrazia, occorre che chi guida la governance e chi ispira le leggi abbia le necessarie competenze per poterlo fare nei tempi e nei modi che servono. Occorre una classe dirigente in grado di coordinare e realizzare le cose che promette, e di saper coinvolgere le competenze manageriali portatrici di esperienze non burocratiche, accomunate alla volontà di corresponsabilità civile e sociale. I lombardi sono di fronte a questa opportunità, possono andare controcorrente perché dispongono della leadership qualificata di Giorgio Gori. Perdere questa opportunità, sarebbe più autolesionista che uno spreco, soprattutto se a causarla fosse il pregiudizio o l’ignoranza.
Mimmo Merlo (lavocemetropolitana.it)

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