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Ricostruire il rapporto tra cittadini e politica

L’Italia attraversa una delle fasi più delicate della propria storia democratica. Non è soltanto una crisi economica, sociale o istituzionale. È una crisi di fiducia. Una crisi che riguarda il rapporto tra cittadini e politica, tra territori e Stato, tra rappresentanti e rappresentati. Milioni di italiani hanno smesso di credere che partecipare serva davvero. L’astensione elettorale cresce consultazione dopo consultazione. Intere comunità si sentono dimenticate. Le istituzioni appaiono sempre più lontane dalla vita quotidiana delle persone.

di Francesco Carbini | 7 Ottobre 2026

Riceviamo e pubblichiamo

L’Italia attraversa una delle fasi più delicate della propria storia democratica. Non è soltanto una crisi economica, sociale o istituzionale. È una crisi di fiducia. Una crisi che riguarda il rapporto tra cittadini e politica, tra territori e Stato, tra rappresentanti e rappresentati.

Milioni di italiani hanno smesso di credere che partecipare serva davvero. L’astensione elettorale cresce consultazione dopo consultazione. Intere comunità si sentono dimenticate. Le istituzioni appaiono sempre più lontane dalla vita quotidiana delle persone. Nel frattempo la politica si è progressivamente trasformata. I partiti sono diventati strumenti elettorali costruiti attorno ai leader. Il confronto è stato sostituito dalla comunicazione. La progettualità dai sondaggi. L’amministrazione dalla propaganda permanente. La qualità della democrazia si è indebolita. Per troppo tempo si è pensato che governabilità e velocità decisionale potessero sostituire la rappresentanza. Si è raccontato che ridurre la politica significasse migliorarla. Si sono ridotti gli spazi della partecipazione, il numero degli eletti, il ruolo dei corpi intermedi, senza costruire strumenti nuovi capaci di coinvolgere realmente i cittadini.

Il risultato è davanti agli occhi di tutti. Meno partecipazione. Meno fiducia. Meno classe dirigente. Meno democrazia. È da questa consapevolezza che nasce Democrazia Civile. Non un nuovo partito personale. Non l’ennesimo contenitore elettorale. Ma un movimento civico, federale, aperto, profondamente radicato nei territori, costruito attorno alle comunità locali e non alle segreterie romane. Un luogo nel quale amministratori, professionisti, imprenditori, associazioni, volontariato, giovani e cittadini possano contribuire alla costruzione di una nuova proposta politica nazionale senza rinunciare alla propria autonomia. Democrazia Civile nasce fuori dagli attuali schieramenti. Non per equidistanza. Ma perché riteniamo esaurita una contrapposizione che troppo spesso alimenta il conflitto senza risolvere i problemi.

Qui sotto l’intervento integrale di Francesco Carbini

“La democrazia nasce nell’antica Grecia, soprattutto ad Atene tra la fine del VI e il V secolo a.C., grazie
alla crescita della partecipazione politica dei cittadini-soldati e allo sviluppo economico. Il sistema si fondava
su uguaglianza davanti alla legge , libertà di parola e parità di accesso alle cariche pubbliche . Gli
organi principali erano l’assemblea dei cittadini, il consiglio e i magistrati, eletti o sorteggiati.
Con le monarchie ellenistiche la democrazia classica entrò in declino fino a scomparire con la fine della
civiltà ellenistica e l’affermazione di Roma. Durante l’epoca romana e medievale il termine “democrazia”
cadde in disuso, ma si sviluppò il concetto di sovranità popolare: il popolo era considerato la fonte
originaria della legittimità del potere, anche quando il suo esercizio era affidato a un’autorità.
La democrazia moderna si differenzia da quella antica perché si sviluppa in grandi Stati territoriali e
diventa soprattutto rappresentativa, anziché diretta. Essa unisce la sovranità popolare ai principi del
costituzionalismo liberale. Il principio maggioritario viene quindi bilanciato dalla tutela dei diritti e delle
minoranze e dai limiti imposti dalla Costituzione.
In Italia, l’art. 1 della Costituzione stabilisce che la sovranità appartiene al popolo, ma deve essere
esercitata secondo le forme e i limiti previsti dalla Costituzione. La dottrina e la Corte costituzionale hanno
riconosciuto il principio democratico come principio supremo dell’ordinamento, non modificabile
nemmeno attraverso una revisione costituzionale. (lettura fuori campo)

E la democrazia, diceva il politologo Giovanni Sartori, si trasforma quando viene meno il “demo-sapere”.
Che cos’è il demo-sapere?
È l’insieme delle conoscenze, delle competenze e della consapevolezza dei cittadini che devono
accompagnare il demo-potere: cioè il potere decisionale del popolo.
Perché una democrazia funziona quando al potere di decidere corrisponde anche la capacità di conoscere,
comprendere e partecipare.
Se invece i cittadini hanno il potere di scegliere, ma vengono progressivamente allontanati dalla conoscenza
e dalla partecipazione, la democrazia cambia volto.
E Sartori arrivava a definire questo rischio come quello di un sistema di governo “suicida”.
Credo che oggi queste parole debbano farci riflettere.
Perché l’Italia attraversa una fase particolarmente delicata della propria storia democratica.
E non parlo soltanto di crisi economica.
Non parlo soltanto di crisi sociale.
Non parlo soltanto di crisi delle istituzioni.
Parlo soprattutto di una crisi di fiducia.
Una crisi del rapporto tra cittadini e politica.
Tra territori e Stato.

Tra rappresentanti e rappresentati.
Milioni di italiani hanno smesso di credere che partecipare serva davvero.
L’astensione cresce.
Intere comunità si sentono dimenticate.
Le istituzioni vengono percepite come sempre più lontane dalla vita quotidiana delle persone.
E, contemporaneamente, la politica è cambiata.
I partiti sono diventati sempre più spesso strumenti elettorali costruiti attorno ai leader.
E gli elettori rischiano di essere trasformati in tifosi.
Non più cittadini che discutono di idee diverse.
Ma tifosi che si combattono.
Una politica nella quale l’avversario non è più qualcuno con cui confrontarsi, ma qualcuno da abbattere.
E così il confronto viene sostituito dalla comunicazione.
La progettualità dai sondaggi.
L’amministrazione dalla propaganda permanente.
E la politica che è ormai diventata una continua campagna elettorale.
Ma un Paese non si governa con una campagna elettorale permanente.
Un Paese si governa amministrando.
Ascoltando.
Decidendo.
E assumendosi la responsabilità delle decisioni.

Per troppo tempo ci siamo raccontati che ridurre la politica significasse migliorarla.
Che meno eletti significassero automaticamente più efficienza.
Che meno rappresentanza significasse necessariamente più governabilità.
Abbiamo ridotto gli spazi della partecipazione.
Abbiamo ridotto il numero degli eletti.
Abbiamo indebolito il ruolo dei corpi intermedi.
E spesso lo abbiamo fatto con una motivazione che sembrava incontestabile:
“Dobbiamo ridurre i costi della politica.”
Ma una domanda dobbiamo avere il coraggio di farcela.
Quanto può costare la democrazia?
E soprattutto:
quanto ci costa una democrazia nella quale sempre meno cittadini si sentono rappresentati?
Pensiamo ai consigli comunali.
In molti casi sono diventati luoghi nei quali si arriva soprattutto per approvare il bilancio, il piano operativo e
poco altro.
E nel frattempo il numero dei consiglieri è stato progressivamente ridotto.
Pensiamo al Parlamento.
La riduzione del numero dei parlamentari ha ulteriormente ristretto la rappresentanza territoriale.
Tutto questo è stato fatto in nome dell’efficienza, della stabilità, della riduzione dei costi.
Per non parlare di leggi elettorali che non vengono studiate (e approvate) a fronte di riforme istituzionali e di
sistema, ma solo per convenienze del momento.
E allora dobbiamo ricordare una cosa fondamentale:
la stabilità non può essere il contrario della rappresentanza.
La governabilità non può essere ottenuta cancellando la partecipazione.

Perché quando la rappresentanza si restringe troppo, il rischio è che la politica diventi sempre più distante
dalla società.
E allora dobbiamo porci una domanda.
Una domanda semplice.
Ma scomoda.
È democrazia questa?

C’è poi un altro problema.
Quello della selezione della classe dirigente.
Viviamo sempre più spesso in sistemi politici nei quali la possibilità di essere candidati, di entrare in una
lista, di assumere una responsabilità, dipende dalla volontà del capo.
Se il capo decide, si entra.
Se il capo non decide, non si entra.
Dove sono i congressi?
Dove sono le grandi discussioni sulle idee?
Dove sono le assemblee nelle quali si discute della visione del futuro?
Dove si costruiscono le classi dirigenti?
Perché una democrazia non ha bisogno soltanto di leader.
Ha bisogno di classi dirigenti.
E una classe dirigente non si costruisce in una notte.
Si costruisce attraverso l’esperienza.
Attraverso il confronto.
Attraverso la formazione.
Attraverso il territorio.
Attraverso la capacità di amministrare.
E soprattutto attraverso la responsabilità.
La Costituzione non può essere tirata fuori soltanto quando fa comodo.
La democrazia non è soltanto andare a votare.

La democrazia è partecipare.
È discutere.
È dissentire.
È confrontarsi.
È poter contribuire alla formazione delle decisioni.

E allora, di fronte a tutto questo, che cosa possiamo fare?
Io credo che ci sia bisogno di costruire qualcosa di nuovo.
Un movimento civico.
Federale.
Aperto.
Radicato nei territori.
Costruito attorno alle comunità e non attorno alle segreterie romane.
Un luogo nel quale possano incontrarsi amministratori, professionisti, imprenditori, associazioni,
volontariato, giovani e cittadini.
Persone diverse.
Con storie diverse.
Ma unite dalla volontà di mettere le proprie competenze al servizio del bene comune.
E fuori dagli attuali schieramenti.
Non per equidistanza.
Non perché destra e sinistra siano la stessa cosa.
Ma perché crediamo che il Paese abbia bisogno di uscire dalla logica permanente del “noi contro
loro”.
Perché possiamo anche continuare a dividerci.
Possiamo continuare a insultarci.
Possiamo continuare a cercare ogni giorno un nemico.
Oppure possiamo provare a risolvere i problemi.
E noi siamo qui per questo.

Per parlare di problemi.
Per parlare di soluzioni.
Per parlare di territori.
Per parlare di futuro.

Perché nei territori c’è un patrimonio enorme.
Ci sono amministratori.
Ci sono professionisti.
Ci sono imprenditori.
Ci sono associazioni.
Ci sono volontari.
Ci sono giovani.
Ci sono persone che, spesso lontano dai riflettori, hanno costruito esperienze importanti.
Negli ultimi vent’anni, nei territori, sono nate tante esperienze.
Alcune sono nate anche dalla protesta.
Dalla reazione agli errori.
Dal malgoverno.
Dalla necessità di difendere le proprie comunità.
Dal fatto che i veri partiti non esistono più.
Ma oggi non basta più protestare.
Dobbiamo mettere insieme queste esperienze.
Dobbiamo collegarle.
Dobbiamo farle dialogare.
Chi vi parla ve lo dice per esperienza personale. A mani nude, con tutto l’establishment ostile, in un Comune
e in un territorio dove lo strapotere del Pd tocca ogni attività, siamo riusciti e mettere insieme un
raggruppamento civico veramente trasversale che è arrivato al ballottaggio per ben due tornate elettorali e
solo per poco non è riuscito a guidare la città.

Dobbiamo trasformare tutto questo patrimonio di conoscenze e competenze in una proposta politica
capace di andare oltre il singolo territorio.
Perché quello che è stato costruito non può rimanere confinato.
Deve contare.
Deve incidere.
Deve diventare proposta nazionale.

E qui torniamo al punto da cui siamo partiti.
Al demo-sapere.
Perché una democrazia forte ha bisogno di cittadini consapevoli.
Ma ha bisogno anche di una classe dirigente preparata.
Una classe dirigente che sappia ascoltare.
Che sappia confrontarsi.
Che non consideri il dissenso un tradimento.
Che sappia decidere dopo aver ascoltato.
E che abbia il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.
Questa è la politica che dobbiamo tornare a costruire.
Una politica che torni ad amministrare e non soltanto a comunicare.
Una politica del fare.
Una politica dei territori.
Una politica della responsabilità.
Una politica del dialogo.
Una politica della partecipazione.

E allora io credo che il problema dell’astensionismo non possa essere affrontato semplicemente dicendo ai
cittadini:
“Dovete tornare a votare.”
Dobbiamo prima chiederci:

“Perché non votano più?”
Perché se una persona non crede più che il proprio voto possa cambiare qualcosa, non basta invitarla a
votare.
Bisogna restituirle una ragione per partecipare.
Bisogna restituirle fiducia.
Bisogna restituirle la sensazione di essere parte di una comunità.
E questo non si fa con uno slogan.
Si fa con la partecipazione.
Con l’ascolto.
Con la competenza.
Con la coerenza.
Con la presenza nei territori.

Noi non sappiamo se riusciremo.
Non sappiamo dove ci porterà questo percorso.
Ma sappiamo una cosa.
Quello che è stato costruito nei territori negli ultimi vent’anni non può andare disperso.
Non può essere relegato a tante piccole esperienze locali.
Deve diventare patrimonio comune.
Deve diventare relazione.
Deve diventare proposta.
Deve diventare politica.
E per farlo abbiamo bisogno di ognuno di voi.
Perché nessuna nuova stagione può essere costruita da pochi.
Può essere costruita soltanto mettendo insieme persone diverse.
Esperienze diverse.
Competenze diverse.

Storie diverse.
Con un obiettivo comune:
tornare a dare ai cittadini la sensazione che la politica appartenga anche a loro.

Vorrei concludere con una frase di Sandro Pertini, un esempio per ognuno di noi tuttora.
Una frase che, secondo me, dovrebbe essere ricordata ogni volta che qualcuno ci propone di sacrificare la
democrazia in nome dell’efficienza, della velocità o della stabilità.

“Alla più perfetta delle dittature preferirò sempre la più imperfetta delle democrazie.”
La democrazia è imperfetta.
È lenta.
È faticosa.
È fatta di discussioni, di mediazioni, di compromessi.
Ma proprio per questo è democrazia.
E la risposta alle sue imperfezioni non può essere meno democrazia.
Deve essere più partecipazione.
Più conoscenza.
Più responsabilità.
Più rappresentanza.
Più competenza.
E soprattutto…
più cittadini.
È da qui che dobbiamo ripartire.
Dai cittadini.
Dai territori.
Dalla partecipazione.

E dalla convinzione che la politica, quando torna ad essere servizio e responsabilità, può ancora essere uno
strumento straordinario per costruire il futuro del nostro Paese.
Grazie!”

Francesco Carbini

Pubblicato in : Primo piano

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