Un po’ di pioggia allevierà lo smog ma l’emergenza rimarrà. Da Torino a Forlì, da Padova a Piacenza, respiriamo in un mare di veleni e poco o nulla facciamo per cambiare davvero la situazione, per cominciare una strada globale di depurazione. Punte di smog pure sotto gli Appennini tra Prato e Firenze, area di congestione di traffico e industrie. Anche la drammatica foto dallo spazio che l’astronauta Nespoli ci ha mandato immortalando una Pianura Padana avvolta in una densa coltre di colore grigio fra poco ci passerà sopra la pelle come una soave bagnoschiuma.
In realtà il bagnoschiuma dovremmo passarlo sulle nostre regioni, sulle nostre zone sui nostri cieli in cui ristagna una coltre di polveri oltre i limiti consentiti da giorni e giorni.
Il cielo grigio sopra di noi non è solo un racconto romantico o di struggente poesia, è il segno di un costante e forse accelerato degrado dell’equilibrio atmosferico nell’aria che respiriamo, nelle scelte che facciamo. Come dicevamo, un po’ di pioggia lenirà la situazione e magari a Torino non saranno obbligati a stare in casa con le finestre chiuse e a Milano metteranno la mascherina sottile sulla bocca e sul naso e non quella da addetto alle ciminiere e altoforni che trasforma ciclisti e passanti in una specie di fratelli alieni.
Ma fra dieci o 20 giorni con una nuova fase di siccità e giorni di bel tempo saremo di nuovo in emergenza e cercheremo altri rimedi per aggredire la degenerazionesmogghistica di questo cielo, di questa aria. Basterà bloccare la circolazione di motori vecchi? Basterà qualche domenica ecologica? Ecologica si fa per dire! Basterà fare dei blocchi coordinati per regioni e intere aree geografiche per recuperare un po’ di respirabilità? Speriamo. Perché al momento oltre a queste misure un po’ sempre palliative, cioè iniziative che forse contengono i danni ma non aggrediscono le cause, non si vede gran ché di nuovo e strutturale. Invece si vedono in giro sempre più camion, si vedono in giro sempre più automobili, e si respirano quando stiamo in coda, per ore e ore ogni settimana, più residui di combustione di quel che possiamo minimamente immaginare. Come direbbe una mia amica compianta scrittrice e poetessa: è quasi meglio non sapere per vivere meglio.
Siamo ritornati alla grande al trasporto pesante. Due giorni di viaggio in Autostrada del Sole tra Firenze e Napoli e scopri che anni, decenni di campagne e politiche per il trasporto intermodale e il trasferimento dei trasporti materiali dall’asfalto alla ferrovia non hanno sortito effetti.
Una fila ininterrotta di camion, di camion frigo, camion con rimorchio e camioncini più leggeri ma egualmente inquinanti per decine e decine di chilometri su quella che è ancora la principale dorsale autostradale italiana. Col problema che dopo Firenze Sud, andando verso Roma, l’autostrada del Sole del 2017 è ancora quella di 50 anni, fa perché torna a due corsie di marcia col traffico che 50 anni fa non era nemmeno immaginato.
Ora stanno lavorando per fare la terza corsia tra Firenze Sud e Chiusi Chianciano Terme. Già ci sono i cantieri proprio tra Firenze Sud e Valdarno, si fanno sbancamenti e riempimenti, allargamenti e sfondamenti ed è facile immaginare che anche i cantieri ci metteranno del loro per rendere più difficili gli spostamenti. L’altro giorno altezza Orvieto per un “semplice” scambio di carreggiata si era formata una coda di 4 chilometri con gente scesa dall’auto a guardare e parlare come fosse un pic nic. Puoi allargare la autostrade quanto vuoi ma congestioni e smog rimangono. Perché rincorriamo le soluzioni quando il problema è già oltre. Prendiamo l’aspirina quando servirebbe il trapianto.
Fabrizio Binacchi

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