Renzi è in fondo l’utilizzatore finale di quella retorica che vedeva nel bipolarismo la soluzione innovativa, mettendo tra parentesi cinquant’anni di bipolarismo DC-PCI all’italiana.
La definizione di Matteo Renzi come “uomo solo al comando” è a ben vedere la più recente manifestazione di una delle due – solo due – novità della cosiddetta seconda Repubblica, il maggioritario e il federalismo. Dai prevedibili guai finanziari e di confusione istituzionale di quest’ultimo ci ha salvato solo il clima un pò terroristico dell’Italia sull’orlo del burrone che chiamò Mario Monti.
Quanto al maggioritario, in Italia c’era anche prima – addirittura puro nel metodo elettorale del Senato e delle Province – ma con il trionfo di Mani Pulite “bisognava” cacciar via un’intera classe politica, che l’esilio un po’ se l’era meritato, e il referendum (sulla preferenza unica!) è stato solo un modo più elegante per far avanzare le seconde (terze, quarte) file, insieme a vari neofiti nominati.
Ma il mito ha resistito, e Renzi è in fondo l’utilizzatore finale di quella retorica che vedeva nel bipolarismo la soluzione innovativa, mettendo tra parentesi cinquant’anni di bipolarismo DC-PCI all’italiana.
Il premier-segretario ne è insomma un interprete ben determinato, quando – come brillantemente evidenziato da Michele Ainis – tenta di organizzare l’attuale sistema politico su tre principi: verticalizzazione, unificazione, personalizzazione. Che significano ripristino della centralità romana, visibilità solo a partiti in grado di esprimere un leader possibilmente televisivo (e tanti auguri per le avventure dei Civati, Fassina, Verdini, Fitto. Tosi). E’ effettivamente la trama concreta su cui vengono costruite tutte le varie riforme. Ne sono espressione plastica il Preside con superpoteri, il futuribile mega direttore della RAI, la licenziabilità dei dirigenti pubblici, il ruolo decisionale riconosciuto dal Jobs act. Più in generale, ne fanno parte lo svuotamento del Parlamento, tra decreti leggi, voti di fiducia sistematici, soppressione del Senato elettivo, legge elettorale con quasi tutto il potere ai capi partito. E, in modo ancor più raffinato, la disintermediazione della società civile, l’accentramento come alternativa alle disastrose politiche di molte Regioni (il cui buco finanziario sta forse venendo alla luce solo ora), e lo stesso commissariamento del partito del Premier. Anche senza schierarsi con i 200 che comprano pagine di giornale per elogiarlo, sbaglia chi critica un Renzi parolaio, che fa solo promesse, sottovalutandone, piaccia o non piaccia, la lucida linearità nella costruzione di un sistema molto coerente e conforme allo spirito decisionista. Quello appunto del maggioritario propagandato ai tempi belli.
Di fronte a tutto questo, c’é chi grida alla democrazia in pericolo, ma, democraticamente parlando, si tratta di scelte che un pubblico trasversale di destra e sinistra condivide largamente. É ciò che consente a Renzi di mantenere non magari il 40% ma un consenso alto, insieme al fatto di essere stato fino a ieri senza alternative, perché quelli di Salvini e Grillo sembravano solo ululati alla luna.
Il problema é che proprio la determinazione con cui Renzi smonta pezzo a pezzo gli architravi del sistema e rende tutto più fluido e instabile (persino i militanti del suo partito faticano a seguirlo, come nel caso del taglio fiscale) mette tanti elettori in libertà, e alla lunga consente di ipotizzare che i nostri Tsipras di destra e sinistra possano anche vincere. Potranno farlo più facilmente se nella Capitale, in Sicilia e nelle città in cui si voterà nel 2016, i partiti tradizionali continueranno a farsi del male.
Quindi, l’uomo solo è legittimamente al comando, ma non ha una maggioranza vera nel vecchio Senato e sarebbe utile che accantonasse la rottamazione e utilizzasse due leve della saggezza politica: l’ascolto e il rispetto, perché di idee a confronto una democrazia ha sempre un bisogno disperato. Ha la grande occasione di portare quasi tutto il popolo della sinistra sulle sponde riformiste, ma non può maltrattare il dissenso interno. L’arroganza è pericolosa. Gli conviene ascoltare di più, anche a costo di qualche rinuncia. Uno Stato debole come il nostro ha bisogno di contrappesi, di istituzioni che non siano ostaggio di una maggioranza, e saperlo è in fondo la differenza tra un politico e uno statista.

Renzi è solo il cameriere delle tecnocrazie esatte dal capitalismo finanziario improduttivo di ricchezza vera, e chiamiamola un volta per tutte ricchezza “medicea”. Il resto è esercizio politichese sulla recita di una sovranità che non esiste più.