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Regole semplici per situazioni complesse: breve considerazione sul referendum costituzionale

di Alberto Lopez | 29 Novembre 2016

Non mi sembra proprio il caso di aggiungere altro rispetto a quanto non sia già stato detto o scritto in merito alla riforma costituzionale. Tuttavia, a pochi giorni dalla consultazione, mi preme solo richiamare all’attenzione dei lettori il contesto in cui dovremmo prendere una decisione. Trattandosi, infatti, di un referendum confermativo privo, pertanto, di un quorum di validità ( una soglia minima di partecipazione affinché il suo esito sia da ritenersi valido ), l’uso politico dell’astensione non è praticabile. Perciò, restare a casa significherà lasciare scegliere agli altri senza alibi di sorta. Domenica prossima saremo chiamati a fare una scelta su un caso dominato dall’incertezza, dove gli aiuti che ci possono venire dall’analisi di situazioni di rischio ( come i giochi del casinò ) non sono utilizzabili. Mentre, infatti, è possibile per quest’ultimi conoscere le alternative e la probabilità di ciascuna di realizzarsi, nel caso dell’esito del referendum non siamo capaci di prevedere quali potranno essere le conseguenze future né tanto meno attribuire ad esse un peso. Né l’analisi del passato potrà soccorrerci, come ci insegna l’inutilità degli andamenti storici dei titoli azionari per prevedere quelli futuri. In assenza di modelli di riferimento validi è difficile fare previsioni plausibili su fenomeni complessi ed è così facile sbagliarsi ( referendum britannico, elezioni statunitensi ). Pertanto, inviterei caldamente a diffidare di chi, in questi giorni, ostenta certezze e prospetta scenari apocalittici nell’eventualità che vinca il no, o paventa la fine della democrazia qualora vincesse il sì – tanto più che alcune delle modifiche più significative della riforma potranno realizzarsi ( addirittura ! ) solo dopo un ulteriore intervento del legislatore – . È, quindi, inutile illudersi di poter ottimizzare la scelta, cercando di esaminare tutte le informazioni di cui siamo stati inondati in questi ultimi mesi o improvvisarci esperti costituzionalisti, bensì tra la razionalità idealizzata dell’homo economicus in base alla quale saremmo in grado di prendere la decisione migliore secondo la teoria economica classica e l’irrazionalità dell’homo psychologicus, alla quale si vorrebbero attribuire alcune delle scelte più dannose di questi anni in campo finanziario ed economico, dovremmo adottare un criterio più modesto, consapevoli della razionalità limitata ( dalla complessità, dai vincoli di tempo e dalla contenuta capacità di elaborazione ) di cui disponiamo: puntare alla scelta che ci appare più soddisfacente nel contesto ambientale che sia il frutto del compromesso tra considerazioni euristiche ( procedimenti non rigorosi a carattere approssimativo, intuitivo e analogico ) caratterizzate dalla semplicità e le emozioni ( sì proprio quelle che, non scordiamocelo, agli albori dell’umanità ci hanno permesso di sopravvivere in ambienti ben più ostili di quelli odierni ).

Sperando di aver contribuito a sdrammatizzare almeno un po’ un clima esasperato nostro malgrado, vorrei concludere sullo specifico della riforma elettorale, riportando le considerazioni dell’onorevole PD Franco Monaco, pubblicate dal Corriere della sera domenica scorsa, non senza prima ricordare in breve il suo profilo: laureato in scienze politiche, dirigente pubblico, stretto collaboratore di Romano Prodi ha cofondato il movimento politico de I Democratici, eletto in Parlamento la prima volta nel ’96 con la coalizione dell’Ulivo è stato più volte componente in diverse commissioni parlamentari dagli affari esteri alle politiche comunitarie nelle ultime legislature.

Riforma della Costituzione: non basta un No

Amici che stimo si apprestano a votare Sì «nonostante» la riforma, che pure giudicano criticamente, per la preoccupazione delle conseguenze politiche della eventuale vittoria del No. Specie per non dare fiato ai populismi. Li capisco, ma rispondo così. Primo: di chi è la responsabilità prima della politicizzazione se non del governo? Sia a monte, nel protagonismo improprio di esso, su materia schiettamente parlamentare. Sia a valle, nel tenore della campagna, anche dopo l’autocritica del premier. C’è chi si adopera volenterosamente ad abbassare i toni, ma se, da postazioni alte quale il governo, si prospettano foschi scenari, se si fanno lievitare a dismisura le attese, si produce l’effetto delle profezie che si autoavverano. Secondo. La specialissima rilevanza della materia costituzionale. Chi concepisce la Costituzione come patto di convivenza, come Legge fondamentale nella quale sono scolpiti i principi e le regole che presiedono alla vita dentro la casa comune e matura la convinzione che, nel nostro caso, si ha a che fare con una cattiva, grande riforma, da un lato non la baratta con la sorte di un governo, fosse anche il migliore dei governi; dall’altro si rifiuta all’idea che 47 articoli possano essere riscritti da una esigua maggioranza scontando il dissenso di mezzo Parlamento. Anche facendo memoria del 90% del consenso con cui fu varata la nostra Carta pur nel vivo della guerra fredda, nonché del solenne impegno a non ripetere l’errore di riforme di parte. Se quella che Dossetti chiamava «coscienza costituzionale», e cioè il senso/valore della Legge fondamentale fosse vivo e diffuso, non si sarebbe dato corso a una riforma del governo e non saremmo alle prese con un referendum così lacerante. Terzo. Giustamente ci si preoccupa dell’aria che tira in Italia, in Europa, nel mondo. Dell’impetuoso vento populista. Ma è proprio nelle stagioni critiche, nelle quali la comunità politica è turbata e smarrita, che si fa prezioso un saldo, condiviso ancoraggio allo strumento di garanzia più alto, la Costituzione appunto. Come usa dire, essa è la Regola sicura che si scrive quando si è sobri per quando, per avventura, una comunità dovesse essere inebriata e confusa. Mi chiedo se non sia la condizione di questo nostro tempo. Il problema non è Renzi, ma come escludere che domani una maggioranza illiberale, forte di questo precedente, si riscriva la Costituzione a modo suo? Sussistono oggi le condizioni per una impresa costituente? La temperie culturale e la classe dirigente di cui disponiamo è all’altezza di un’opera di tale portata? Io penso di no. Allo sbrigativo BastaunSì oppongo NonbastaunNO, l’idea che si richieda un’azione di lunga lena per ricostruire la «coscienza costituzionale».

Alberto Lopez

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, autocritica, classe dirigente, consenso, considerazioni, consultazione, convivenza, corriere della sera, costituzione, democrazia, elezioni, europa, governo, italia, merito, mondo, movimento, parlamento, pd, populista, prodi, referendum, renzi, riforma elettorale, riforme

Info Alberto Lopez

Laureato in Fisica è stato segretario provinciale fiorentino del PLI (2010-12). Socio del Circolo Culturale Piero Gobetti di Firenze fa parte del Comitato Fiorentino per il Risorgimento

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