
Si apre oggi una settimana decisiva per le sorti del governo britannico, minacciato dall’ennesima crisi politica che incombe sul paese. Giovedì scorso, mentre al parlamento Re Carlo III leggeva il programma del ‘suo’ governo per l’anno a venire, gli scricchiolii interni alla maggioranza rischiavano di coprire, metaforicamente parlando, la sua dichiarazione di intenti. Il sovrano infatti, non aveva ancora fatto ritorno a Buckingham Palace quando già si era diffusa la notizia delle imminenti dimissioni del ministro della Salute Wes Streeting e di una possibile sfida alla leadership di Keir Starmer. Pur non essendo formalmente avviata ancora nessuna mozione di sfiducia, la questione resta all’ordine del giorno, catalizzando l’attenzione di commentatori e analisti britannici. La crisi, d’altronde, era nell’aria: il premier è finito sul banco degli imputati dopo che il Partito laburista, in caduta libera nei consensi, ha perso il controllo di 35 consigli comunali in Scozia e Galles e oltre 1300 seggi alle amministrative in Inghilterra nelle elezioni del 7 maggio. Nonostante si moltiplichino le voci che ne chiedono le dimissioni, la linea di Starmer resta chiara: nessun passo indietro. Ma l’emorragia è innegabile: solo il 19% dei britannici ha oggi un’opinione favorevole del premier, il dato più basso dall’inizio del suo mandato, mentre il 73% lo vede in modo sfavorevole. A guadagnarci sono i Verdi e, soprattutto, il partito populista Reform di Nigel Farage.

Cosa ha sbagliato Starmer?
Solo pochi mesi fa Keir Starmer aveva riportato i laburisti al governo con una vittoria storica, che aveva sancito la fine di quattordici anni di dominio conservatore nel Regno Unito. Per molti elettori progressisti era sembrato l’inizio di una nuova stagione politica. Col tempo, però, l’entusiasmo si è trasformato in delusione: alcune scelte politiche e dichiarazioni controverse hanno incrinato il rapporto con parte della sua base elettorale. Starmer ha disatteso la promessa di non alzare le tasse, e ha fatto clamorose inversioni su altre misure: dall’abolizione dei sussidi per le bollette ai pensionati ai tagli alla spesa sociale. Tra i molteplici scandali che il premier ha faticato a contenere, il più grave è stato sicuramente il coinvolgimento negli ‘Epstein files’ di Peter Mandelson, decano del partito voluto come ambasciatore negli Stati Uniti proprio da Starmer, al momento sotto indagine. Sul fronte dell’immigrazione poi, il leader laburista si è messo all’inseguimento di Farage, adottando misure eccezionalmente dure per un governo progressista, attirandosi le critiche delle organizzazioni per i diritti umani. Ma soprattutto non ha saputo imprimere all’esecutivo un’identità chiara, finendo con lo scontentare tutti: per un’ala del suo partito non è abbastanza di sinistra; per il mondo delle imprese lo è troppo; e per l’elettore comune non ha risolto i problemi del Regno Unito: costo della vita in continua crescita, prezzi dell’energia elevati, carenza di servizi essenziali.
Il populismo avanza
La litigiosità interna al partito laburista non ha aiutato, mettendo in ombra una gestione tutt’altro che disprezzabile della politica estera: dai rapporti più distesi con l’Unione Europea allo sfruttamento della fascinazione di Donald Trump verso la famiglia reale britannica per attenuare le tensioni con Washington. Ed è finita in secondo piano anche l’agenda riformista sul versante interno: i maggiori poteri ai sindacati, la riforma degli enti locali, la nazionalizzazione delle ferrovie, la creazione di un’azienda energetica statale finanziata con quasi sei miliardi di sterline. Realizzazioni concrete, che tuttavia non sono riuscite a invertire la percezione di un governo incapace di affrontare le emergenze quotidiane. Ma la crisi di Starmer non è un caso isolato: è la manifestazione di un fenomeno che attraversa l’intera Europa occidentale. Per la prima volta nella storia moderna, osserva il Wall Street Journal, partiti populisti di destra guidano simultaneamente i sondaggi nelle tre principali economie europee: Germania, Francia e Gran Bretagna. Il populismo che si è formato sull’onda della crisi migratoria del 2015 sta crescendo e diffondendosi, incoraggiato da un’amministrazione americana che apertamente ne sostiene i rappresentanti in funzione anti-Ue. Le ragioni di questo spostamento di massa verso i partiti anti-sistema, secondo diversi analisti, sono strutturali, non congiunturali: chi si sente economicamente, socialmente o politicamente peggio rispetto al passato tende in misura significativa a sostenere partiti populisti.
Nel Labour la partita è aperta?
Anche se nessuno sfidante si è fatto avanti ufficialmente, la partita per la successione a Downing Street è aperta. Dopo le dimissioni di Wes Streeting da ministro della Sanità, Andy Burnham è considerato il successore designato. Tuttavia, il sindaco della ‘Greater Manchester’ non avrà strada facile. Non è ancora in Parlamento e per arrivare a sfidare Starmer dovrà prima vincere un’elezione suppletiva a Makerfield, un collegio elettorale dove Reform è fiduciosa nelle proprie possibilità e dove anche i Verdi probabilmente condurranno una campagna elettorale intensa. Solo allora potrà concentrarsi sulla campagna interna al Labour: in teoria, una competizione per la leadership potrebbe essere innescata da un deputato laburista con un sostegno sufficiente a sfidare il primo ministro. Per avviare la procedura, c’è bisogno dell’appoggio del 20% del gruppo parlamentare, ovvero di 81 deputati laburisti. Il Financial Times definisce Burnham “un camaleonte carismatico” già sconfitto alle primarie due volte, nel 2010 e nel 2015. Se perdesse anche stavolta, le sue ambizioni si chiuderebbero definitivamente. Sullo sfondo restano inoltre l’ex vice primo ministro Angela Rayner, Ed Miliband e il giovane viceministro della Difesa Al Carns, ex membro delle forze speciali: una figura lontana dal cliché del politico di professione, che potrebbe intercettare una domanda di discontinuità. Di certo c’è solo che oltre il 54% degli iscritti al Labour vorrebbe già un nuovo leader prima delle prossime elezioni politiche, previste nel 2029, e che la partita che sta per aprirsi riserva ancora numerosi colpi di scena.
Il commento
Di Antonio Villafranca, Vicepresidente per la Ricerca ISPI
“Due anni fa i britannici davano una maggioranza schiacciante ai labouristi di Starmer perché non ne potevano più delle divisioni e di una certa improvvisazione dei conservatori (a partire dalla gestione del post Brexit). Oggi i labouristi rischiano di fare la stessa fine. Ma alle prossime elezioni nazionali il risultato potrebbe essere ben diverso: non più l’alternanza con i conservatori ma lo smottamento verso populismi di destra e di sinistra. Governi di coalizioni e riavvicinamento all’Ue sembrano ormai inevitabili. Se i conservatori, labouristi e liberaldemocratici non se ne faranno una ragione, a beneficiarne saranno soprattutto i partiti all’estremo dello spettro politico britannico”.
Alessia De Luca

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