
Keir Starmer si è dimesso da primo ministro del Regno Unito e da leader del Partito Laburista. Lo ha annunciato lo stesso Starmer in un commosso discorso alla nazione pronunciato, come da tradizione, da un podio davanti al numero 10 di Downing Street, in cui ha dichiarato che farà tutto il possibile per garantire un passaggio di poteri ordinato e che offrirà il suo pieno sostegno al successore. Starmer ha rivendicato il lavoro fatto per “risollevare un partito politicamente, finanziariamente e moralmente fallito”, ma ha poi aggiunto: “La domanda che sta facendo il mio partito adesso è se io sia la persona giusta per guidarlo verso le prossime politiche. E la mia decisione è quella di mettere al primo posto il Paese. Questa è la regione per cui do le mie dimissioni. Ho parlato questa mattina con Sua Maestà che le ha accettate”. Parte dunque la procedura per la nomina di un nuovo premier entro settembre, prima della ripresa dei lavori parlamentari. Se, come molti prevedono, la leadership non sarà contestata, Andy Burnham, popolare ex sindaco di Manchester, sarà “incoronato” senza elezioni interne. Diventerebbe il settimo premier britannico dell’era Brexit, il referendum che proprio dieci anni fa portò all’uscita di Londra dalla Ue e che ha terremotato da allora la politica britannica, e il cui decennale cade in questi giorni.

La parabola di Starmer: dal trionfo alla resa?
Le dimissioni di Starmer coronano una caduta tanto rapida quanto rovinosa. Meno di due anni fa aveva guidato i Laburisti alla vittoria conquistando più seggi di qualsiasi altro leader nell’era post-Tony Blair. Il mandato era chiaro: riportare al governo competenza e stabilità dopo anni di lotte intestine tra i Conservatori e caos Brexit. La promessa non è stata mantenuta. La sua popolarità è crollata rapidamente, trascinata da una serie di decisioni impopolari: in primo luogo il taglio ai sussidi per il riscaldamento invernale agli anziani, e da un crescente malcontento degli elettori su immigrazione, servizi pubblici e stagnazione economica. A pesare – e molto – anche lo scandalo della nomina di Lord Peter Mandelson ad ambasciatore a Washington. Il colpo finale è arrivato dalle elezioni suppletive di maggio, dove il Labour ha subito perdite significative su scala nazionale. Eppure fino a pochi giorni fa Starmer aveva dichiarato che avrebbe resistito a qualsiasi sfida alla sua leadership. A fargli cambiare idea, secondo la stampa britannica, sarebbero state le conversazioni con la moglie Victoria e le pressioni di alcuni ministri del suo stesso governo, preoccupati dalla crescita inarrestabile di Reform UK di Nigel Farage.
Ultimo giro di boa?
Chiunque erediti Downing Street si troverà di fronte a una sfida complessa. Il Regno Unito potrebbe trovarsi sull’orlo di una crisi finanziaria: i costi di indebitamento sono in aumento, i mercati sono nervosi di fronte alle richieste di aumento della spesa sociale da parte dei parlamentari laburisti, e il margine di manovra è stretto dopo anni di bassa crescita e progressivo deterioramento dei servizi pubblici. Il giudizio su Starmer divide. Per i suoi critici, non è riuscito a comunicare una visione convincente né a costruire un rapporto di fiducia con il Paese. Per i suoi difensori, si è trovato a gestire un’eredità strutturalmente insostenibile: un carico fiscale e debitorio che lasciava poco margine di manovra, su uno sfondo geopolitico sempre più instabile. Nel frattempo, l’elettorato si sta spostando: Reform UK continua a rimanere in alto nei sondaggi, e tengono bene anche i Verdi e i liberlademocratici . “Per molti versi, ci troviamo all’ultima spiaggia della politica centrista, liberale e tradizionale”, spiega al FT Harry Quilter-Pinner, direttore del think tank di sinistra IPPR. “Il Partito Laburista è stato eletto con la promessa di un cambiamento. Starmer ha detto di essere la persona matura e responsabile, in grado di elevarsi al di sopra delle polemiche e di portare a termine i progetti”, ha aggiunto. “Gli elettori, però, ci credono solo fino a un certo punto, prima di mettersi alla ricerca di qualcosa di completamente diverso”.
Burnham: l’anti-Farage?
L’uomo del momento si chiama Andy Burnham: 56 anni, ex sindaco della Greater Manchester e da giugno deputato a Westminster, dopo aver vinto in modo netto le elezioni suppletive di Makerfield, battendo anche il candidato di Reform UK. Fin dalla prima dichiarazione dopo il voto, ha usato toni di rottura: “La politica britannica non funziona e il Paese non è dove dovrebbe essere” ha detto, parlando “ultima chance” per il Labour prima che sia troppo tardi, con un orizzonte temporale preciso: le elezioni generali del 2029. Dotato di un forte carisma personale, unito a un certo pragmatismo già dimostrato da sindaco di una delle città più complesse del Regno, Burnham offre una sintesi difficile ma necessaria tra le diverse anime del partito: strizza l’occhio alla sinistra corbynista con proposte di ri-nazionalizzazione dei servizi idrici ed elettrici; rassicura i centristi sulla prudenza fiscale; corteggia gli elettori di Farage con promesse di devolution regionale e misure più stringenti sull’immigrazione. Una trasversalità la sua che ha fatto discutere – nel corso della carriera è stato prima un fedelissimo di Blair, poi di Brown, poi ancora di Corbyn – ma che oggi si rivela una risorsa potenzialmente preziosa. In un partito lacerato tra le sue anime, un leader non ideologico ma capace di tenere insieme può valere oro. La domanda è se, in un Paese che chiede risposte nette, questa stessa ambiguità non si riveli invece il suo limite.
Il commento
Di Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca ISPI
“Quelle di Starmer sono dimissioni largamente attese. Non si può fare molto altro quando in 2 anni si perde quasi la metà dei consensi. Ora probabilmente spetterà ad Andy Burnham risollevare le sorti dei Labour, ma non sarà facile. Se si votasse oggi, 5 partiti sarebbero sopra il 10% e per la prima volta dal 1922 al primo posto non arriverebbero né i labouristi né i conservatori. Finora il maggioritario secco aveva agevolato l’alternanza dei due partiti, ma il Regno Unito – se non stravince Farage – sembra avviarsi verso governi di coalizione. Un passaggio che non è nella cultura e tradizione politica britannica e che potrebbe quindi tradursi in ulteriore instabilità nei prossimi anni”.
Alessia De Luca

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