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Regime Iva dei minimi: una simulazione della vessazione fiscale

di Uberto Cardellini | 8 Febbraio 2015

Il regime dei minimi attuale NON è un regime per favorire le nuove iniziative. Al limite, le sfavorisce di meno.

 

L’attuale governo, nonostante abbia comunicato il contrario, non ha affatto agevolato le piccole partite IVA. A fare due conti, anche queste hanno tuttora un carico fiscale che rende eroica anche solo l’intenzione di intraprendere un lavoro autonomo.

Facciamo un esempio, prendendo una delle ben 9 categorie di regime IVA ai minimi.

Un individuo apre un microcommercio ( sotto i 40.000 euro di fatturato: non chiedetemi che commerciante al dettaglio o all’ingrosso sia uno con un fatturato del genere, non ho fantasia. Gli ambulanti sono qui esclusi).

Il primo anno fattura solo 40.000 e per il lavoro usa beni dal valore inferiore a 20.000 euro.

Il secondo anno pagherà 2.400 euro di imposta, più 2.400 euro di acconto.

ipotizzando che abbia costi deducibili pari a minimo 25.000 euro, verserà di INPS, tra saldo ed acconto 7.050 euro.

Tenendo conto che la P.IVA stessa ha avuto costi effettivi ( inclusi i non deducibili su telefono, auto, trasporto pubblico, etc.) di 26.500 euro, e tolti saldi ed acconti, al microcommerciante rimarranno1.650 euro netti:

Ci pagherà commercialista, TARSU e camera di commercio. Ovviamente il primo anno il commerciante ha vissuto sotto i ponti, e durante il secondo ha trovato un monolocale a 500 euro il mese, riscaldato a fiato.

Il terzo anno il commerciante deve sforzarsi di non fatturare più di 40.000 euro: potrà dedurre l’INPS (7050) e l’acconto IRPEF che azzera quasi l’IRPEF di quell’anno, allora in tasca gli rimarranno ben 9.850 euro : potrà ridare i soldi a Padoan, pagare il commercialista, la TARSU , la camera di commercio, e pagarsi una lussuosa villa alle Bahamas…

Dal quarto anno, dedurrà i contributi normalizzati e gli acconti, e, per non farla lunga, rimarrà da lì in avanti con circa 8000 euro l’anno. Ed inizierà a cercare lavoro all’estero.

Non faccio esempi sugli altri minimi, perché il giochetto è in realtà simile.

Facciamo un altro esempio.

Il commerciante, avendo l’1% nella pizzicheria del nonno, non accede al regime dei minimi (regime ordinario delle tasse dove più si guadagna peggio è).

Il secondo anno, si trova a pagare tra saldi ed acconti: 7.000 euro di IRPEF all’aliquota più bassa, circa 375 di addizionali, 1.170 euro di IRAP, 7.500 di INPS.

Tolti i costi effettivamente sostenuti, il commerciante si trova assolutamente senza soldi e deve farsi prestare 2.500 euro, più i soldi per il commercialista, la camera di commercio e la TARSU.

Il terzo anno, il commerciante, se rimane sui 40.000, potendo comunque usufruire delle aliquote più basse, rimarrà con 9.090 euro, con cui restituirà i soldi prestatigli e pagherà di nuovo il commercialista, la camera di commercio e la TARSU.

Dal quarto anno in poi rimarrà con circa 6.512 euro l’anno, pagherà di nuovo il commercialista, la camera di commercio e la TARSU, e di nuovo cercherà lavoro all’estero.

Morale: il regime dei minimi attuale NON è un regime per favorire le nuove iniziative. Al limite, le sfavorisce di meno.

Unico effetto plausibile, il favorire le false partite IVA a fronte delle riforme (future) legate al Jobs Act. Il contratto diventa troppo rigido? Il contratto assume forme troppo standardizzate? Invece di assumere, ti impongo una falsa partita IVA.

A tutti gli altri, le vere partite IVA, non interessa.

Senza trascurare che se, come è auspicabile, aumento il fatturato, si entra nel bellissimo mondo del regime ordinario.

Pubblicato in : Primo piano

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