La soddisfazione forzista per tutta una serie di azioni del governo Renzi non ha in realtà gran motivo di essere. Non è che per avere retto il moccolo, il terzo incomodo possa tornare poi a casa raccontando di essersi fatta la fidanzata.
A maggio di quest’anno il quotidiano Libero titolò su un ipotetico “Manifesto per il centrodestra” chiedendosi quale futuro avrebbe avuto l’area cosiddetta moderata. Erano i giorni delle elezioni europee in cui il Pdl (ex coalizione di destra) dal 21,6 del 2013 era sceso al 16,8% di Forza Italia più 3% del NuovoCentroDestra (presentatosi assieme all’1% dell’Udc). Un risultato che anche con il 3,7% di Fratelli d’Italia, fino al 23,7%, impallidiva di fronte al successo sproporzionato del 40% del Pd. L’ultimo sondaggio agostano, non cambia le cose: centro sinistra al 45% (praticamente tutto nel 42% del Pd, più il 2% di Sel e resti) e centro destra sul 30% (16% FI, 7% Lega, 2,7% Fdi, 2,5% Ncd e 1,3% Udc). Dati che non nascondono il vero rapporto tra sx e dx, 48% e 26%, nell’evoluzione verso la sinistra governativa dei centristi, secondo la teoria del bondismo del già segretario forzista. Ed il 37,4% del Pdl del 2008 sembra di un’altra epoca. In due lunghi articoli, Belpietro e Facci, a maggio parlavano di batosta. L’antifona non è cambiata. Le due firme come è noto provengono dalla cerchia feltriana e dagli ultimi scampoli del giornalismo socialista. Sono voci laiche, ciniche e disilluse, una liberale, la seconda più paradossalprogressista. Come anche ne Il Giornale e Il Foglio non sono voci veramente cattoliche, populiste e nazionaliste, a riferimento della stragrande maggioranza dell’elettorato per cui parlano. Ed infatti le ricette espresse sono un po’ alla Ichino\Ricolfi, tutte un moderato liberalismo, che elimina un po’ di tasse e un bel po’ di leggi, un bel po’ di procure e di ondate immigratori. In fondo uno scarno e poco interessante programma, che Facci snobba del tutto, invocando una rottamazione impossibile di tutta la struttura, in mancanza della quale bisogna rassegnarsi alla speranza che sia proprio il Renzi a fare le cosiddette cose di destra. Come dire, la reductio del Senato è già un buon passo verso l’agognata elezone diretta dell’inquilino del Quirinale. E’ questo passaggio, avvenuto durante la campagna renziana di agosto che ha portato alla prima battaglia vinta nell’autodafè suicida del Senato, che rende ottimista casa Arcore. L’abbraccio manifesto della lady riforme Boschi al capogruppo Romani attesta che senza FI il Senato non si ridimensiona. Quanto a forme e riforme, nell’occasione la Boschi ha invocato un peana al nume Fanfani. Per quanto il nipote dell’aretino faccia il sindaco Pd, è evidente che il leader Dc, conservatore clericoautoritario, praticamente franchista, espressione del dirigismo accentratore della politica cattolica, insofferente di ogni limite e di ogni opposizione, chiaramente antagonista dei suoi nemici, e per queste ragioni accantonato dai suoi, sta meglio nella bacheca FI che in quella democratica. Almeno teoricamente, se non si conta il milieu parrocchiale in cui è cresciuta la Boschi. La soddisfazione forzista per tutta una serie di azioni del governo Renzi non ha in realtà gran motivo di essere. Non è che per reggere il moccolo, il terzo incomodo possa tornare poi a casa raccontando di essersi fatta la fidanzata. Da quando il Pd è tornato a governare, il paese ha cominciato una caduta della quale non si vede la fine. L’arrivo di Renzi non ha cambiato verso nell’aumento di povertà, di debito pubblico, di disoccupazione. L’ha solo acuito nel discredito interno con le belle figurine di Madia e Poggiani. Per non parlare del livello internazionale nel quale nessuno si era arrischiato a discutere Tajani vicepresidente europeo, quando ora non si è fatta la nuova commissione pur di non nominare agli esteri europei la Mogherini. Sotto la spada di Damocle delle sentenze, a Berlusconi può bastare di mantenere lo status di sparring partner. A fianco di Renzi, però non c’è gloria, se la prende tutta lui. Non c’è nemmeno opposizione perché il suo trucco e di farla lui imputando ogni disastro attuale e futuro, ad un indefinito ventennio precedente (per non dire chiaramente, a Silvio). Il rischio è che domani però imputino al reggimoccolo di oggi, pure la gravidanza indesiderata. Ad accusare saranno il gatto e la volpe, Quirinale e Bce che tanto si prodigano in questi giorni di consigli al giovane premier. La storia recente ci ha già mostrato cosa succede d’agosto: spuntano le navi Brittania Concordia, si cena alla Bocconi, si mangia la crostata della signora Letta. Ora la cucina più affollata è quella della signora Draghi. Di quel Manifesto di maggio resta poca cosa, solo l’idea che l’attuale centrodestra non ha futuro. Non si salva nemmeno l’’idea di elettorato moderato. Quello di destra oggi non è moderato per niente. E non è nemmeno di destra. Corrisponde al grande ceto mediobasso. Agogna al buon senso. Alla riconquista dell’indipendenza, della ricostituzione di banche pubbliche e dell’Iri. Si è rifugiato nell’astensione per paura. Soffre ovviamente della naturale paura che ogni cittadino ha quando, nell’esprimere la sua opinione, corre il rischio di essere calunniato, vilipeso, derubato, schiacciato, torchiato, fin’anche incarcerato. Di fronte al ricatto antidemocratico di stampa, magistratura, finanza ed Europa, questo elettorato ha capito che avrebbe pagato con il sangue il suo voto sbagliato. Con indifferenza guarda al terzo fidanzato che promette notti incantate, che a parole descrive una gestione passiva e moderata in un assedio incessante ai poteri dello status quo. E già vede il quarto appropinquarsi. La soddisfazione di reggere il moccolo, però, non la capisce.
Post scriptum. Dalla foto del successo del 2008 del Pdl (voti 37,4%). Attorno a Berlusconi sono in 15: la Meloni, in primo piano, tutta attaccata al capo, Tajani , Fitto, Brunetta, Gasparri, Ronchi, Matteoli, Bondi, Carfagna, Gelmini, Frattini, Prestigiacomo, Formigoni, Bocchino, Giovanardi, Oggi la metà sta in FI. Impressiona quanti siano spariti e la casualità della scomparsa che poteva anche essere totale, tranne un paio. Si possono al massimo contare due veri politici. Altri portano la responsabilità d’aver annichilito il partito nelle loro regioni. Le signore sono presenti solo perché le donne devono esserci. La gestione risorse umane non è stata un granchè.

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