L’incertezza era sul quorum ma non c’era alcun dubbio che, nel caso di un suo superamento, avrebbero vinto i si.
Gli italiani si sono espressi in modo chiaro e netto: non si fidano della gestione privata dei servizi idrici, hanno preferito l’idea di tornare ad una gestione pubblica, cioè dei Comuni: quegli stessi Comuni che si ritengono, nondimeno, incapaci di gestire il processo di affidamento della gestione ai privati e di effettuare un controllo sull’attività di costoro. Acutamente ha osservato Franco De Benedetti che se “la ratio è che il pubblico è incapace perfino di far fare la gara, cioè di scrivere un buon capitolato (…) follia è credere che chi non è capace di controllare i propri fornitori sappia controllare i propri dipendenti (e gli acquisti)”. Ma tant’è: non è questa vistosa contraddizione la piaga purulenta dell’intera faccenda.
L’effetto politico dell’esito dei referendum sull’acqua è il vero dramma, che rischia di riverberarsi ben oltre l’acqua: un segnale forte ad una classe politica che forse non aspettava altro.
E’ risaputo che a queste latitudini concetti come competizione e mercato fanno spavento e quindi nessuno li difende, per un’insipienza atavica e – di più – per una rete di interessi ancora fortissima, che nessuna rivoluzione di alcun tipo è riuscita a infrangere. Qualcuno afferma che c’è l’Europa, con il suo apparato giuridico-normativo, a costituire una maglia di protezione, un baluardo del mercato. Ma evidentemente questa ‘entità’ sovranazionale non è ancora riuscita, anche per limiti propri, a gettare in profondità il seme di una innovazione delle regole istituzionali e di convivenza civile, al punto che l’Italia – quando e come può – si attacca alle deroghe, si spertica in tentativi di fuga, non perde l’occasione per mostrarsi neghittosa.
L’Italia con questo pronunciamento compie un passo all’indietro, forse pesante. Lo fa anche grazie ad un Partito Democratico inetto e incapace di assumere una linea – quale essa sia – e di tenere la barra, spinto e sbalestrato da due vènti che si chiamano Vendola e Di Pietro. Lo fa anche grazie ad un Centro-destra (PdL + Lega) che – fiutando l’aria – ha vigliaccamente evitato di prendere posizione sui quesiti – su tutti i quesiti, per la verità – lasciando una libertà di voto che è nelle cose, perché – come è noto – ciascuno in cabina elettorale fa quello che gli pare e addirittura può fare anche a meno di andarci!
Stando alla fiducia che (dobbiamo presumere, almeno dai risultati dei referendum sull’acqua) gli elettori nutrono per la loro classe politica, mi domando (senza saper rispondere): se per un attimo si potesse sostituire alla libertà di voto quella – assai meno pacifica – di dare un bel calcio nel culo, quanti saremmo a tirar calci a questi mangiapane a ufo?
Paolo Marini

Caro Flavio, il Tuo argomento è la certificazione di una resa. Argomento diffuso anche presso molti liberali, che evidentemente hanno smarrito le coordinate… Per carità: un problema comune a molte famiglie politiche, di questi tempi. Torneremo diffusamente sulla questione. Grazie per l’attenzione.
Gli Italiani hanno già provato le varie “privatizzazioni”: telefoni, energia, gas, poste. Risultati ? Sono davanti agli occhi di tutti: servizi inefficienti e prezzi più elevati. Dov’è il mitico mercato? Nel tartassamento quasi quotidiano che subiamo tutti di call-center per offerte mirabilanti e proposte irrifiutabili? E le poste? Una volta c’era un solo postino e conosceva tutti gli abitanti della sua zona tanto che le lettere arrivavano anche con il numero civico errato. Oggi ogni mattina è una processione di 4-5 postini diversi e nella cassetta ci trovi le lettere di tutta la strada.
Allora forse gli italiani hanno pensato: lasciamo perdere.