
“Vado a votare, ma non ritiro la scheda. È una delle opzioni” ha detto ieri la Presidente Meloni.
È una posizione legittima ma anche una indicazione di sabotaggio dei referendum perché senza ritirare la scheda non si contribuisce al raggiungimento del quorum.
Meloni evita così di entrare negli argomenti referendari, non si esprime sulle questioni del lavoro, dei diritti, dei licenziamenti facili, della precarietà e della sicurezza e neppure sulla cittadinanza ai migranti, perché teme di perdere consensi.
Ma non partecipando si schiera di fatto e nella forma peggiore, evitando il confronto e prendendo in giro 4 milioni e mezzo di cittadini che i referendum hanno firmato.
Invece di spiegare le sue ragioni, Meloni sceglie l’ambiguità e la diserzione.
E lo fa il 2 giugno, nel giorno della festa della Repubblica nata con un referendum, di ritorno dalle celebrazioni in cui Mattarella aveva esaltato l’importanza del voto.
Il referendum è utile anche per dare un segnale alla politica fatta di furbizie, di giochini di palazzo e di ipocrisia.
In conclusione se mai Meloni sia stata popolare e popolana la sua era solo una recita utile e furbesca per catturare voti.
Nel suo petto batte il cuore del politico consumato cresciuto nei palazzi e interessato più alla sua poltrona che non ai problemi dei cittadini e dei lavoratori.
Enrico Rossi

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