
In un momento in cui la partecipazione democratica è sempre più fragile, le parole del Presidente del Senato Ignazio La Russa sul referendum abrogativo sul lavoro suonano non solo inopportune, ma istituzionalmente scorrette. L’invito esplicito a disertare le urne, giunto dalla seconda carica dello Stato, non può essere derubricato a semplice opinione politica. È qualcosa di più serio: è un segnale pericoloso che mina la fiducia nel meccanismo democratico della consultazione popolare. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha scelto una linea diversa ma non meno ambigua: si recherà al seggio, ma non ritirerà le schede. Una decisione legittima sul piano formale, ma che – di fatto – partecipa alla stessa strategia di neutralizzazione del referendum, affidata non alla forza degli argomenti ma al calcolo dell’astensione. Eppure, la previsione del quorum non fu concepita per ostacolare il dibattito democratico, bensì per garantirne la serietà. I Costituenti lo introdussero per evitare che un numero esiguo di elettori potesse cambiare una legge a nome di tutti. Ma allora il contesto era diverso: la partecipazione elettorale superava abitualmente l’80%, e la scelta di votare era percepita come un dovere civico, non come un’opzione tra le tante. Oggi la situazione è profondamente mutata. L’astensione è diventata cronica e trasversale, e rende di fatto irrealistica la soglia del 50% più uno degli aventi diritto. Aprire un confronto politico e istituzionale sulla possibilità di abbassare il quorum – ad esempio al 40% – non significa indebolire il referendum, ma restituirgli senso e praticabilità. E lo si dovrebbe fare proprio per evitare che il dibattito si riduca a un gioco tattico di voti mancati, anziché una sfida sulle idee e sulle visioni. Ma c’è qualcosa di più grave delle tattiche politiche. Ed è il tono. È la leggerezza con cui una carica come quella del Presidente del Senato utilizza la propria autorevolezza per delegittimare un istituto costituzionale. L’impressione è che l’esperienza politica di La Russa, formata in un’altra stagione e con altri strumenti, fatichi a riconoscere i limiti del proprio ruolo attuale. Palazzo Madama non è un’arena partigiana e le parole pronunciate da chi lo presiede hanno un peso ben diverso da quelle di un militante o di un opinionista. In democrazia, è legittimo schierarsi contro un referendum. È legittimo invitarne alla bocciatura. Ma non lo è, o almeno non lo dovrebbe essere, lavorare per impedirne lo svolgimento effettivo attraverso l’astensione organizzata. Questo modo di intendere il confronto politico non rafforza le istituzioni, le impoverisce. Trasmette l’idea che la partecipazione sia un fastidio da contenere e che le regole del gioco possano essere piegate a convenienza. Il rispetto della Costituzione non si misura solo nel rispetto formale delle sue norme, ma nello spirito con cui si interpretano. Ed è proprio lo spirito a mancare quando si sceglie di disertare, non per scelta personale, ma per sabotare un principio fondante della democrazia rappresentativa.
C’è ancora tempo, se non per modificare una strategia, almeno per riconsiderare il linguaggio. Perché chi rappresenta le istituzioni è chiamato non solo a decidere, ma a dare esempio.
Angelo Santoro

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