
C’è una regola non scritta della comunicazione politica contemporanea, resa celebre da Boris Johnson: quando un tema si fa scomodo lo si copre con qualcosa di più rumoroso, più emotivo, più divisivo. Un “gatto morto sul tavolo” capace di catalizzare l’attenzione e spostare altrove lo sguardo dell’opinione pubblica. L’espediente in realtà affonda le radici molto più indietro nel tempo. Nell’Atene classica, Alcibiade – figura brillante quanto controversa – fece mutilare la coda del proprio cane e lo esibì per la città consapevole che quel gesto avrebbe monopolizzato il discorso pubblico, sottraendolo a questioni ben più rilevanti e, per lui, ben più insidiose. Oggi a distanza di secoli il meccanismo appare sorprendentemente intatto. Nel confronto sul referendum in materia di giustizia il merito dei quesiti fatica a emergere. Il dibattito si disperde in una sequenza di richiami laterali, episodi simbolici, polemiche che occupano lo spazio mediatico senza contribuire a chiarire la posta in gioco. È una dinamica che altera la qualità stessa del confronto pubblico: molto visibile, poco comprensibile. Non si tratta di una deriva episodica. È piuttosto una grammatica condivisa. Il centrodestra ne fa un uso disinvolto; il centrosinistra, pur con registri diversi, finisce spesso per muoversi sullo stesso terreno. Ne risulta un progressivo slittamento: dalla sostanza alla rappresentazione, dall’argomentazione all’impatto. In questo contesto l’esito – “Sì” o “No” – rischia di perdere centralità rispetto alla dinamica che lo precede. Perché un dibattito che rinuncia alla chiarezza e si affida alla distrazione finisce per indebolire il significato stesso della scelta. Anche alcune iniziative istituzionali – come l’invito del Presidente del Senato alla famiglia della “casa nel bosco” – sembrano inscriversi in questa logica: gesti che amplificano l’attenzione, ma non necessariamente la comprensione. Il “gatto” continua a occupare la scena. E il tema ancora una volta resta sullo sfondo.
Angelo Santoro

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