Con un’immagine efficace – la balena piaggiata assalita dai predatori – Aldo Grasso, sulle colonne del Corriere della Sera, ha illuminato la realtà odierna della tv pubblica.
La realtà di un’azienda decotta sovraccarica di personale e dirigenti, con i bilanci in profondo rosso e le star cacciate o in fuga.
Un’azienda distrutta, nella prima e nella seconda repubblica, dalla stupidità o il conflitto d’interesse della politica, dalla voracità dei partiti, avvelenata dai sindacati, governata dai tribunali. Già qualche mese addietro avevamo previsto che la crisi finale della RAI era in arrivo e che la più grande industria culturale del paese si avviava a ripercorrere le orme di un’altra grande azienda pubblica, ALITALIA.
Anche Grasso, oggi, sembra accorgersene e adombra quale via d’uscita la privatizzazione, pur dichiarandosi pessimista sull’esistenza di compratori. Privatizzare la RAI è opportuno e indispensabile ed è opportuno farlo oggi per ricavarne soldi buoni a risanare i conti pubblici.
La foglia di fico del ruolo pubblico e di contraltare a Mediaset, se mai è stata utile, non può più essere usata. Anzi, il persistere dell’equivoco può solo ritardare o impedire l’avvento di un reale e competitivo mercato televisivo. Con grande difficoltà, schiacciato da quel duopolio che ha caratterizzato gli ultimi anni, un mercato plurale sta emergendo. Sky e La 7 sono i player nazionali in grande sviluppo e crescita di ascolti. Resiste una diffusa emittenza locale e regionale e la definitiva transizione al digitale permetterà la nascita di nuovi editori e la moltiplicazione dell’offerta televisiva.
Avanza, impetuosa, la Tv via Internet. Il pluralismo è salvo. Se proprio si ritiene che debba esistere una tv pubblica si può ragionare intorno a tre canali (all news, cultura e comunicazione istituzionale, regionale) alimentati esclusivamente da un modesto canone, mettendo sul mercato il resto del patrimonio di frequenze, strutture e risorse umane. Per il resto è necessario riflettere approfonditamente sulle strutture e i caratteri di fondo dell’informazione in Italia. I report internazionali sulla situazione italiana, a partire da quello della Freedom House, descrivono una situazione ben lontana da quella delle democrazie occidentali.
Dal nodo del conflitto d’interesse derivante dalla proprietà dei media (Tv e giornali), passando dal ruolo del garante che non garantisce (AGCOM) per finire a quella farsa che è l’Ordine dei giornalisti, i nodi sono tanti da affrontare. Un’altra Italia è possibile solo se cominciamo a scioglierne alcuni.
Vincenzo Caciulli (avantidelladomenica.it)

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