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Ragazzi stranieri a scuola: non bastano le percentuali per la loro integrazione

Una riflessione sull’integrazione degli allievi stranieri nelle scuole italiane, di cui si è discusso negli ultimi giorni.

di Giorgio Ragazzini | 3 Aprile 2024
School desk are arranged for exam. Original public domain image from Flickr

Un tetto del 20%? O del 30%? N0 al 40% o, peggio, a percentuali superiori… In questi termini, la discussione sui limiti alla presenza degli allievi stranieri è da Paese del pressappoco. Non ci vuole Einstein, come per la spesa in un certo supermercato, per capire che non dovrebbe essere impostata soltanto secondo criteri quantitativi, ma soprattutto in base a quelli qualitativi largamente usati per le certificazioni linguistiche europee. In altre parole, un 30% che se la cava con la nostra lingua non è la stessa cosa del 30% che non la conosce affatto o in cui c’è chi la sa bene e chi no. Il Quadro di riferimento europeo per le lingue straniere prevede tre livelli di competenza: elementare (A), intermedio (B) e avanzato (C), ciascuno suddiviso nei sottolivelli 1 e 2. Per ogni livello è stata individuato un repertorio di descrittori riguardanti la comprensione e la produzione. Il primo passo, quindi, deve consistere nell’accertare in modo accurato la conoscenza della nostra lingua. Il tema delle percentuali non può essere posto in chiave ideologica, ma in stretto rapporto alle considerazioni di cui sopra. Alle quali però si deve aggiungere che la presenza di un gran numero di stranieri con grosse difficoltà nella nostra lingua tende a favorire i rapporti fra di loro e a limitare inevitabilmente l’interazione con gli italiani, preziosa anche come esercizio.

Dopo avere impostato correttamente la composizione delle classi, resta il problema dei metodi con cui assicurare l’integrazione linguistica. In Europa prevale di gran lunga un salutare pragmatismo: si fa quello che è più utile a seconda dei casi. Di conseguenza, si dispone di una molteplicità di modelli all’interno dello stesso sistema scolastico. C’è quasi ovunque il sostegno all’interno della classe e quello – per alcune ore – al di fuori della classe, ma nell’orario delle lezioni. C’è il modello separato, cioè l’insegnamento intensivo della lingua del paese ospitante, che può essere di qualche mese, ma può arrivare anche a un anno, se necessario. In tutti e due i casi in genere si fa il possibile, per mantenere il contatto con la classe e favorire la socializzazione nelle materie in cui la lingua è meno indispensabile (per esempio le attività motorie o sportive e l’educazione artistica). C’è infine il modello dell’insegnamento pomeridiano della lingua. 

Negli ultimi vent’anni anche in Italia si sono fatti alcuni passi avanti in direzione di una maggiore articolazione metodologica, ma per quanto riguarda il metodo “separato” (i suddetti periodi più o meno lunghi di apprendimento intensivo dell’italiano prima di entrare a pieno titolo in classe), è ancora forte, soprattutto a sinistra, il riflesso ideologico che fa parlare di “discriminazione” e di “ghetti”. Nel 2008 e di nuovo nel 2013 la Lega Nord propose classi “ponte” o “di inserimento”, analoghe a quelli che esistevano in una ventina di stati europei per allievi che non conoscevano l’italiano, funzionali all’ingresso nelle classi permanenti. Apriti cielo. La Cgil disse che si trattava “di una norma discriminatoria che ci riporta indietro nel tempo alle ‘classi differenziali’ degli anni ’50, ma è anche un atto ‘razzista’ nei confronti dei bambini”. Bonanni della Cisl aggiunse: “Arriveremo alle scuole per i maschi e per le femmine, per i biondi e per i mori, per il Sud e per il Nord.” E così via su questo tenore.

A leggere i giornali, nell’ultimo mese il ministro Valditara ha fatto due proposte diverse. Prima ha parlato di lasciare alla valutazione delle scuole, dopo aver verificato le competenze linguistiche dei ragazzi immigrati, la scelta fra tre possibilità: l’inserimento tout court in classe per chi ha una buona conoscenza dell’italiano; se invece ci sono carenze molto accentuate si può pensare a due soluzioni alternative: il ragazzo straniero viene inserito in una determinata classe, però le lezioni di italiano e magari quelle di matematica le segue in una classe “di accompagnamento” con docenti specializzati; e infine la “didattica potenziata dell’italiano”. Sembra di capire che su quest’ultima Valditara sia tornato in questi giorni, parlando di attività obbligatorie di potenziamento linguistico nel pomeriggio. Staremo a vedere, sperando che il confronto in materia non sia a base di anatemi, ma di serie riflessioni. 

Giorgio Ragazzini

gruppodifirenze@libero.it

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, considerazioni, europa, giornali, integrazione, italia, lega, lega nord, scuola, sostegno, stranieri, valutazione

Info Giorgio Ragazzini

Fiorentino, insegnante di Lettere nella scuola media. Accanto all’attività didattica, si è occupato spesso di aggiornamento, progettando e organizzando seminari, corsi e convegni su vari temi, con una particolare attenzione alla relazione educativa e ai problemi disciplinari. Alcuni anni fa ha coordinato la stesura di un codice dei principi etici per la Gilda degli Insegnanti. Fa parte del “Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità”

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