C’era una volta il servizio sanitario per pochi eletti e per i ricchi. Poi è arrivato il servizio sanitario nazionale a valenza universale e, come tutti siamo o dovremmo essere uguali davanti alla legge, così col servizio sanitario nazionale del 1967 tutti siamo o dovremmo essere diventati uguali davanti agli ospedali, di fronte alla domanda di sanità e di salute. E’ vero anche oggi? Nei fatti possiamo dire che siamo tutti uguali davanti a un bisogno di salute?
A giudicare dai tempi di attesa per una visita ginecologica ordinaria, per un intervento di cataratta o addirittura per un problema di tumore si dovrebbe dire di no. Con poche eccezioni territoriali.
Per avere risposte certe e veloci in sanità, per avere visite in tempi umani, per fare un’analisi in tempi calcolabili in mesi, e non in anni, è sempre più necessario passare dalla sanità privata, quella che costa, quella che se non hai una assicurazione o i contanti, col piffero che puoi asportare una cisti o rifare l’anca. Sanità italiana travagliata.
In 50 anni tanto è cambiato. Ovviamente ci sono stati progressi inimmaginabili in tecniche e ricerche scientifiche in pratiche chirurgiche e in successi terapeutici ma le prestazioni di massa quelle più diffuse sembrano sempre più complicate, fatta eccezione per alcune aree magiche del Paese.
La sanità deve essere sanità per tutti. Sembra una frase scontata ma scontata non è. La salute deve essere un diritto di tutti, sembra una sentenza tautologica il cui ripetersi ci parrebbe inutile e quasi fastidioso, da esercizio linguistico. E invece così non è.
Anche solo andare in ospedale per una visita non è poi così democratico, uguale per tutti: chi può ci va in taxi o con l’autista, chi ha un automobile e non trova parcheggio è costretto a sopportare disagi indicibili. Una domanda che facciamo da anni deve ancora trovare risposta: perché nei centri commerciali e nei cinema multi-sale i posti gratuiti per parcheggiare le auto sono più che sufficienti, invece attorno agli ospedali, accanto alle case di cura, cliniche i posti per parcheggiare sono la metà o anche meno di quelli che servono e in alcune zone addirittura a pagamento.
Posto auto gratis per il cinema per prendere il panettone, paghi invece per curarti. Bello, complimenti.
L’altro giorno hanno presentato il Patto per la Salute. Dopo quello per l’Ambiente o per il Lavoro è arrivato quello per la Salute. Prevede il minimo: che ci siano medici che curano i pazienti e infatti ha introdotto il prolungamento del servizio dei camici bianchi, cosiddetti, fino a 70 anni e consente l’immissione in corsia degli specializzandi già dal terzo anno di specializzazione appunto.
Insomma si chiede al medico con esperienza per non dire anziano di stare due tre cinque anni in più, e si chieda al giovane specializzando di anticipare il servizio sul campo, in corsia, tra i letti, in sala operatoria. Sulla carta un bel Patto per la Salute “S” maiuscola, ma se vai a vedere bene in verità è un rattoppo per errori e distrazioni del passato: mancata visione, scarsa programmazione, sconnessione tra formazione delle professioni mediche e sanitarie e esercizio delle professioni medesime.
La nonna si chiede: ma se sapevano che saremmo andati incontro ad un carenza di medici perché hanno continuato a mettere il tetto e i numeri chiusi per le facoltà di medicina? Sanità travagliata non per destino, o per la volontà avversa degli dèi, ma per precise colpe umane.
Sarà ora di considerare che la sanità e la salute non sono (solo) un mercato ma un diritto della persona. Se lo ripetano i decisori politici prima di immaginare servizi di salute più dalla parte dei gestori che dei fruitori.
Fabrizio Binacchi

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