La nuova mappa politica del nostro Paese è sintetizzata dai tre diversi colori che la rappresentano: il giallo dei ‘pentastellati’ al Sud, il verde-blu della destra-centro al Nord e il patchwork, con prevalenza al rosso, al Centro; una manifestazione che annulla ogni possibilità di disquisire di sfumature interpretative, retaggio politico di un tempo ormai scaduto.
Tuttavia, farsi qualche domanda su cosa abbiano in testa gli italiani che segmentano in questo modo il Paese è tutt’altro che peregrino; che la grande crisi, coincidente con il trend di rivoluzionario cambiamento tecnologico e culturale abbia colto un Paese impreparato e che l’emotività generata dall’impatto abbia diffuso delusioni e insicurezze è altrettanto vero: ma si tratta di una delusione consapevole e soprattutto convergente sul fatto che vi possa essere un bene comune tradito? Se si sommano i due colori prevalenti parrebbe proprio di sì, ma, se si rimuove la pellicola superficiale, ci si accorge che non vi è alcuna comunanza tra le due mappe colorate, se non la constatazione di aver entrambi tratto vantaggio da un comune capro espiatorio autopropostosi, e che, forse, il vincere sia stato più facile del previsto.
Benché le forti ambizioni dei due leader vincenti convergano per ora nell’intento di cogliere, con la classica fava, i ‘due piccioni’ della seconda repubblica, la narrazione che emerge dai due colori prevalenti con le sottese promesse, non appare così fantasioso paventare per il Paese un futuro improntato da una sorta di ‘guerra civile’ interna: il ‘giallo’, in nome del riscatto da secoli di sottomissione, il ‘blu-verde’ contro l’insostenibile e non più condivisibile solidarietà. Tutto questo, mentre all’orizzonte non compare alcuna visione di una innovativa credibilità federativa.
All’interno della coloratura omogenea del Nord, compaiono due puntini rossi, Milano e Torino, e in particolare il cuore pulsante delle due città, che una lettura semplificata da parte dei vincitori intende attribuire all’arrocco della borghesia ricca di fronte alla paura del nuovo che avanza; non saprei per Torino, ma per Milano l’interpretazione è assolutamente fuorviante.
Milano è diventata una città del mondo, non certo come espressione culturale dei ‘gialli’ e dei ‘blu-verdi’, ma perché qui accade ciò che non accade nella ‘provincia’ del Paese, e ci si trova come a New York, San Francisco, Parigi o Barcellona. A Milano prevale la convergenza tra diritti umani e sviluppo, la cui espressione civica e sociale si caratterizza nel saper favorire l’intreccio tra le sue diverse eccellenze: moda, editoria, architettura, design, ricerca, formazione e le sue eccellenze culturali, le storiche, Scala, Strehler, i Musei, e le contemporanee fondazioni: Prada, Feltrinelli e Mondadori, nonché l’eredità dell’intramontabile civismo milanese di filantropia e d’inclusione, come la Casa della Carità e le numerosi associazioni e fondazioni del volontariato.
Certo, non mancano le contraddizioni che emergono nelle periferie di ogni grande metropoli e che sono ancor più stridenti se paragonate allo stupore attrattivo che caratterizza il dinamismo del vasto centro della città, visto come troppo distratto nei confronti delle ‘smagliature’ delle sue periferie; allargando il perimetro, si finisce per evidenziare la contrapposizione tra cultura urbano-metropolitana e contado, caratteristica dei comportamenti nell’esteso Nord, raffigurabili nel contrasto tra condominio e villette monofamiliari a schiera, tra individualismo e inclusione, tra affinità e diversità.
I ‘gialli’ e i ‘blu-verdi’ sono i portavoce, ma non gli interpreti né i solutori, del diffuso timore per la complessità, non tanto per le implicazioni della rivoluzione tecnologica, quanto per le crescenti differenze culturali e antropologiche.
Per non rischiare di trasformarsi in un atollo, il puntino rosso nella foresta colorata deve incominciare a riflettere sulle due cose di cui va fiero, l’autoproclamata evocazione di superiorità della sua distinzione civica e la superiorità burocratico-organizzativa, peraltro in declino; è ora necessario contrastare con una rinnovata e più consapevole determinazione il rischio che periferia e contado si allontanino dall’atollo, e impedire che il ricongiungimento provochi un pericoloso effetto tsunami.
Mimmo Merlo (lavocemetropolitana.it)

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