
C’è uno strano fenomeno che attraversa una parte dell’attivismo occidentale: persone omosessuali, transgender e queer scendono in piazza in difesa di movimenti e regimi che, se potessero applicare qui le proprie leggi, negherebbero loro persino il diritto di vivere liberamente.
Bandiere arcobaleno accanto agli slogan islamisti, collettivi queer schierati con Hamas, femministe che parlano molto di Israele ma pochissimo delle donne iraniane, degli omosessuali perseguitati e delle società nelle quali la religione decide ancora come una persona possa vivere, amare e vestirsi.
Va fatta una distinzione chiara. Difendere i civili palestinesi non significa sostenere Hamas. Si possono chiedere aiuti umanitari, condannare le sofferenze di Gaza e criticare il governo israeliano senza giustificare l’islamismo. Il problema nasce quando la solidarietà umana diventa adesione politica a movimenti autoritari e teocratici.
La spiegazione è in una visione sempre più infantile del mondo. Da una parte ci sarebbero gli oppressori, cioè l’Occidente, gli Stati Uniti e Israele. Dall’altra gli oppressi, considerati automaticamente innocenti. Una volta assegnati i ruoli, tutto il resto scompare: l’omofobia, la repressione delle donne, l’antisemitismo, il fanatismo religioso e la mancanza di libertà.
Non importa più cosa faccia un movimento. Conta soltanto contro chi combatte.
Se Hamas combatte Israele, diventa resistenza. Se l’Iran sfida gli Stati Uniti, diventa antimperialismo. Poco importa che in Iran le persone omosessuali vengano arrestate, torturate e possano essere condannate a morte. Poco importa che a Gaza l’omosessualità sia criminalizzata e che la società sia profondamente conservatrice.
Il paradosso è evidente. In Europa queste persone possono manifestare, criticare il governo, sposarsi, cambiare sesso, contestare le religioni e sfilare con una bandiera arcobaleno. Possono farlo perché vivono in società liberali e democratiche, imperfette quanto si vuole, ma fondate sulla libertà individuale.
Nei regimi che romanticizzano, quelle stesse libertà non esistono.
Eppure il bersaglio principale resta quasi sempre l’Occidente. È facile contestare una democrazia che garantisce il diritto di manifestare. Molto più difficile denunciare un regime nel quale una protesta simile potrebbe finire con il carcere, la frusta o la morte. L’indignazione diventa eroica soltanto dove non costa nulla.
C’è poi il bisogno di appartenenza. Per molti attivisti contano più la bandiera, lo slogan e la fotografia pubblicata sui social che la coerenza politica. “Queers for Palestine” diventa un marchio identitario, non una posizione ragionata.
Chi prova a evidenziare la contraddizione viene accusato di razzismo, islamofobia o propaganda israeliana. Così non si risponde mai alla domanda fondamentale: perché chi rivendica libertà assolute in Occidente sostiene movimenti che quelle stesse libertà le considerano un crimine?
Naturalmente i diritti umani valgono per tutti. Un civile palestinese non perde il diritto alla vita perché vive in una società conservatrice. Ma solidarietà non significa complicità ideologica.
Difendere i civili è legittimo. Presentare Hamas come un movimento progressista è una falsificazione. Criticare Israele è legittimo. Ignorare l’omofobia, la repressione delle donne e la natura teocratica dei suoi nemici è ipocrisia.
La domanda finale resta semplice: perché si pretende dall’Occidente una perfezione assoluta, mentre si concede indulgenza infinita a chi calpesta ogni diritto?
È il cortocircuito dell’identitarismo moderno: combattere la società che ha riconosciuto i tuoi diritti e sostenere chi quei diritti li cancellerebbe il giorno dopo.
Non è coraggio. È il lusso inconsapevole di chi non ha mai dovuto vivere davvero sotto il regime che applaude e sostiene.
Piero Terracina

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