
Siamo talmente assorbiti dai fatti internazionali – oggi segnati anche dal sacrificio di decine di giovani vite spezzate nel tentativo di raggiungere l’Europa attraverso le rotte migratorie – da rischiare di mancare l’appuntamento con una delle ricorrenze più dolorose della nostra storia repubblicana: la strage di Bologna.
Sabato 2 agosto 1980, alle 10.25, un ordigno collocato nella sala d’attesa di seconda classe della stazione Centrale di Bologna esplose con una violenza devastante, provocando la morte di 85 persone e il ferimento di oltre 200. Fu il più grave attentato terroristico della storia della Repubblica italiana, una ferita che ancora oggi attraversa la memoria collettiva del Paese.
Eppure, in queste ore, la sospensione del Trattato di Schengen nei confronti della Spagna, accusata da alcuni governi di non riuscire a contenere i flussi migratori verso l’Europa, sembra aver occupato più spazio nel dibattito pubblico del ricordo dell’attentato più infame subito dall’Italia. Una tragedia che vide cittadini inermi massacrati mentre attendevano un treno, vittime innocenti del terrorismo neofascista in una delle pagine più oscure della strategia della tensione che ha attraversato il nostro Paese. Ricordare Bologna non significa soltanto rendere omaggio alle vittime e ai loro familiari.
Significa riaffermare il valore della verità storica, della giustizia e della memoria contro ogni tentativo di oblio, di semplificazione o di revisionismo. Ogni anniversario ci richiama al dovere civile di trasmettere alle nuove generazioni ciò che accadde in quella mattina d’estate, affinché il tempo non attenui la consapevolezza della gravità di quei fatti. Viviamo in un’epoca in cui tutto scorre con una velocità impressionante.
Una tragedia sostituisce l’altra, una crisi cancella quella precedente, un titolo ne seppellisce un altro. Ma una nazione che dimentica le proprie ferite finisce per smarrire anche gli anticorpi necessari a difendere la propria democrazia. La memoria non è una celebrazione rituale: è uno strumento di libertà. Serve a riconoscere i segnali dell’odio, della violenza politica e dell’eversione ogni volta che riaffiorano sotto forme nuove. Per questo il 2 agosto non appartiene soltanto ai familiari delle vittime o alla città di Bologna. Appartiene a tutti gli italiani. È una data che ci ricorda quanto possa essere fragile la convivenza democratica quando il fanatismo e la violenza scelgono di sostituirsi al confronto civile.
Le cronache cambiano, le emergenze si susseguono e l’attualità impone continuamente nuove priorità. Ma ci sono pagine della nostra storia che non possono essere archiviate in fondo a un notiziario. Ricordare Bologna significa difendere la Repubblica, la sua memoria e il diritto dei cittadini a conoscere tutta la verità possibile. Perché una democrazia che dimentica il proprio passato è una democrazia più debole, mentre una comunità che custodisce la memoria è più consapevole, più libera e più forte di fronte a chi, ieri come oggi, tenta di seminare paura per piegare le istituzioni e le coscienze.
Angelo Santoro

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