
Siamo a 4 anni e 2 giorni dall’inizio dell’invasione su larga scala, partita il 24 febbraio 2022. E a questo punto la verità è semplice: Putin può continuare a fare male, ma non ha più una strada credibile per vincere.
All’inizio era la classica scommessa da impero: entri, colpisci, cambi il governo, chiudi la partita. Non è andata così. L’Ucraina non è crollata e da quel momento la Russia è finita nella cosa che doveva evitare: una guerra d’attrito. Quella dove non conta quanto la racconti bene, conta quanto reggi davvero. Dopo quattro anni il conto per Mosca è più pesante della propaganda.
L’economia di guerra è una droga. Ti fa sembrare forte perché produci armi, perché lo Stato spende, perché i numeri si muovono. Ma non è benessere, non è innovazione civile, non è futuro. È consumo accelerato di soldi, persone, impianti, tempo. Un rublo debole non è solo un dato tecnico, è fiducia che si erode. E la fiducia è la prima cosa che una guerra lunga distrugge.
Poi c’è il costo umano. Anche senza entrare nella polemica sulle cifre, dopo quattro anni hai comunque un’enorme massa di morti e feriti. Generazioni segnate. Regioni impoverite. Famiglie spezzate. Questo non lo recuperi con un decreto né con uno slogan.
Sul piano militare la Russia può ancora colpire. Può bombardare, può alzare la tensione, può distruggere infrastrutture. Ma la capacità di distruggere non è la capacità di vincere. Se dopo anni non ottieni l’obiettivo politico, la forza diventa una ruota che gira a vuoto. E quando sempre più spesso si finisce a colpire infrastrutture civili, è perché non si riesce a chiudere la partita sul piano strategico.
Il tempo, che nel 2022 sembrava un alleato, oggi non lo è più. Mosca contava sulla stanchezza dell’Europa e sulle divisioni occidentali. Invece l’Occidente si è adattato per interesse: energia, difesa, filiere, alleanze. Non per idealismo, ma per convenienza. Abbastanza da impedire una vittoria rapida russa. Più la guerra continua, più la Russia si isola e più il costo interno cresce.
E c’è un fatto ancora più crudo. In un mondo che si globalizza e si organizza attorno alle grandi filiere tecnologiche e industriali, la Russia è marginale. Non è dentro le catene del valore leader, non guida l’innovazione, non decide gli equilibri economici globali. Può disturbare, può destabilizzare, può creare crisi. Ma non detta l’agenda del sistema. Parliamo di una popolazione poco più del doppio di quella italiana e di un’economia che, per struttura e peso reale, resta lontana dalle potenze che guidano finanza, tecnologia e commercio globale. In proporzione alle grandi dinamiche mondiali, è rumore più che direzione.
La previsione è abbastanza scontata. Putin continuerà finché il sistema glielo consentirà. Poi il sistema cercherà di salvarsi. Non per moralità, ma per sopravvivenza. Gli apparati, le élite economiche, chi deve far funzionare il Paese non possono restare indefinitamente dentro una guerra che consuma risorse e non produce una soluzione.
Un leader che ragiona in termini imperiali novecenteschi, in un mondo dominato da tecnologia, credito, demografia e interdipendenza, diventa un limite strutturale. Se bruci fiducia, capitale umano e relazioni internazionali, ti resta solo la forza. E la forza da sola non costruisce futuro.
Quattro anni e due giorni dopo l’inizio, Putin può ancora trascinare il conflitto. Ma è la guerra che sta trascinando la Russia. E quando un uomo diventa il motivo per cui un Paese perde prospettiva, prima o poi quel Paese cerca di liberarsene. Non per eroismo. Per necessità.
Piero Terracina

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