
“Tutto è difficile prima di essere semplice”. L’affermazione è di Thomas Fuller, che fu storico ed ecclesiastico inglese nel XVII° secolo: non è un espediente buono a sorprendere l’interlocutore quanto, piuttosto, una verità sperimentata, che solo attende di essere riconosciuta. Sarà capitato a molti di penare alquanto nella soluzione di un problema o nella realizzazione di un progetto e, nondimeno, una volta conseguito l’obiettivo, stupire del contrasto tra la difficoltà percepita prima e la semplicità riscontrata dopo.
La vita è, in un certo senso, un tuffo nella complessità (termine che uso come sinonimo di difficoltà, ‘sentendolo’ per l’occasione più ampio e fruibile di quella). Quando hai la sensazione di riemergere, la comprendi tutta e la condensi in poche parole. Quando misuri una trascorsa volontà di affermazione e di successo, non puoi fare a meno di soppesare l’enorme prezzo che, in termini di complessità, hai pagato – a prescindere dai risultati ottenuti. Vivere è, al contempo, una lotta e una resa alla complessità. E non è stato John Maeda, che pure alla semplicità ha dedicato un libro (“Le leggi della semplicità”), a scoprire che semplicità e complessità sono necessarie l’una all’altra: non sarebbero riconoscibili senza il proprio termine opposto. Il paradosso è che l’uomo a un tempo genera ma è anche capace di mitigare, se non di estinguere, la complessità.
Talora non posso fare a meno di riconoscere che la ricerca della semplicità, intesa quale istanza universale che può investire tanto le cose banali quanto le cose alte, è la sfida più ambiziosa, il senso più riposto; la semplicità si dischiude, cammin facendo, quale possibilità alternativa, quando non una vera e propria urgenza dell’esistenza.
E’ Dio stesso – per chi crede – il termine di questa avventura: le dimostrazioni, le contro-dimostrazioni, i ragionamenti sublimati in sottigliezze, che sovente circondano il problema della sua esistenza e della sua natura, smarriscono l’uomo, già insofferente dei propri limiti. Dio è semplicità, quella realtà essenziale che non serve, anzi non giova indagare; del resto l’impegno con Dio non ha bisogno di particolari interpretazioni ma di fatti (leggasi ad esempio Paolo nella “Prima Lettera ai Tessalonicesi”: “Fratelli, siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie”) e l’uomo (a sua volta) semplice sa che Dio gli cammina accanto ed è Colui la cui parola “consola, libera, salva” – per dirlo con l’espressione di un grande papa del XX° Secolo, Paolo VI. Di cos’altro c’è bisogno?
Ma tornando a cose terrene mi domando perché, essendo così importante, Italo Calvino non abbia inserito la semplicità tra i canoni (estetici) per il Terzo Millennio mirabilmente trattati nelle “Lezioni americane”; magari perché già distribuita, disarticolata e strisciante tra leggerezza e rapidità, per esempio. Oppure perché difficilmente si potrà costringere la semplicità entro una mera questione di estetica: avrebbe infatti a che fare con la ‘cosa’ in sé più (ed oltre) che con il ‘deposito’, la ‘proposta’ spazio-temporale della cosa stessa. Del resto, se Richard Epstein (in “Regole semplici per un mondo complesso”, di cui in queste pagine già si è parlato) ritiene possibile, oltre che auspicabile, organizzare il mondo adottando poche regole semplici, ciò allude ad una sostanza che sarebbe complicata da intuibili superfetazioni di origine culturale e sociale.
La semplicità può costituire il riferimento di un’esistenza che si libera dai pesi accumulati nella storia (tanto personale che collettiva) poiché da usare, senza lasciarsene sopraffare. Così la storia e le storie, l’esperienza, il vissuto di ciascuno offrono elementi preziosi nella ricerca di quest’ossigeno spirituale. Sarà salutare, altresì, prendere le varie complessità/difficoltà che si presentano di volta in volta e rispondere, puntualmente, alla domanda: sono reali? E poi: sono necessarie?

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