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Quando l’emergenza diventa potere

Mettiamola così: nella grande farmacia della politica europea, la guerra sembra ormai l’unico medicinale rimasto sullo scaffale. Non perché qualcuno abbia scoperto un nuovo virus democratico, né perché la guerra sia diventata improvvisamente una cura.

di Angelo Santoro | 29 Agosto 2026

Mettiamola così: nella grande farmacia della politica europea, la guerra sembra ormai l’unico medicinale rimasto sullo scaffale. Non perché qualcuno abbia scoperto un nuovo virus democratico, né perché la guerra sia diventata improvvisamente una cura.

Ma perché l’emergenza, quando diventa permanente, finisce per trasformarsi in uno straordinario strumento di governo. Una guerra, si intende, possibilmente controllata, televisiva, sufficientemente lontana da Bruxelles e abbastanza vicina da giustificare qualche vertice straordinario, qualche dichiarazione solenne e, soprattutto, qualche rinvio. Il vero contagio, allora, non è Zelensky. È l’idea che si possa governare senza più passare dall’urna.

All’Europa, in fondo, dell’Ucraina non importa nulla. O almeno così suggerisce questa mia ricostruzione, che naturalmente è falsa, fantasiosa, irresponsabile e forse persino pericolosa. Ma immaginiamo, per un momento, che non lo sia. Immaginiamo allora che stuzzicare Mosca attraverso Kiev sia diventato il nuovo passatempo geopolitico del continente. Un piccolo fiammifero acceso nella stanza dei bottoni, con tutti pronti a gridare al fuoco nel momento esatto in cui qualcuno apre una finestra. Putin reagisce, Bruxelles si allarma, la Nato si riunisce, i 27 si guardano negli occhi e, dopo una notte insonne, scoprono che la democrazia può aspettare.

Le elezioni? Rinviate. Non cancellate, per carità. In Europa siamo persone serie. Le elezioni non si cancellano: si sospendono provvisoriamente per cause eccezionali, temporanee, straordinarie e, soprattutto, imprevedibili. Che poi durino cinque anni o cinquanta è un dettaglio amministrativo. Ed eccoli lì, allora, i nostri amatissimi leader, comodamente seduti sulle poltrone dell’emergenza: Macron, Sánchez, Meloni, Merz e compagnia continentale.

Tutti insieme appassionatamente, uniti non dalla Destra né dalla Sinistra, ma dalla necessità superiore di continuare a governare fino a quando non saranno disponibili certezze migliori di quelle che hanno oggi. A questi signori, nella mia fantasiosa versione dei fatti, non importa nulla né della Destra né della Sinistra. Vogliono solo cummannari, come direbbero i gattopardi siciliani. E possibilmente cummannari in nome della democrazia, che è molto più elegante. Lo so, lo so: è pura fantasia.

E chi la sapeva lunga di queste cose era il Divino Giulio, Giulio Andreotti, che amava ripetere: “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”. E allora pensiamo male, per una volta. Non perché abbiamo le prove, ma perché l’esercizio del dubbio è ancora consentito, almeno finché non verrà dichiarato anch’esso incompatibile con qualche emergenza nazionale. Pensiamo male e immaginiamo che, dietro le dichiarazioni solenni, i vertici notturni, le porte chiuse e le mappe militari, ci sia anche qualcosa di molto più banale: la paura di perdere il potere.

Poi, naturalmente, ci svegliamo e ci ricordiamo che era soltanto fantasia. Eppure la storia ha questa curiosa abitudine di trasformare le fantasie dei contemporanei in note a piè di pagina dei libri di storia. Basta guardare nei corridoi laterali dei palazzi del potere, dove le grandi idee entrano dalla porta principale e gli interessi escono dalla porta di servizio. Lì, nelle fogne della politica, gli espedienti sembrano avere una resistenza superiore a quella delle ideologie. E proprio le fogne ci riportano al magnifico pecunia non olet. Altro che Vespasiano e la tassa sulle latrine pubbliche.

Che poi, a pensarci bene, fogne, latrine e vespasiani sono parole che conducono tutte, più o meno, allo stesso indirizzo. La faccenda diventerebbe persino comica, se non ci fosse di mezzo la guerra. Perché il vero miracolo europeo sarebbe riuscire a trasformare la paura in una forma di consenso permanente. Un’emergenza abbastanza grave da far paura, ma non abbastanza grave da impedire i summit. Una minaccia sufficientemente reale da giustificare nuove armi, nuovi miliardi e nuove dichiarazioni, ma abbastanza elastica da poter essere utilizzata come un elastico istituzionale: si tira quando serve, si molla quando conviene. E il cittadino? Il cittadino aspetta. Aspetta la pace, aspetta le elezioni, aspetta la bolletta, aspetta lo stipendio. Aspetta che qualcuno gli spieghi perché la guerra dovrebbe essere necessaria, inevitabile, interminabile e sempre un po’ più costosa di quanto gli avevano promesso.

Poi arriva il momento di votare e il cittadino scopre di essere diventato improvvisamente apolitico. Non perché non abbia più idee, ma perché gli hanno consumato la fiducia. Non crede più che votare possa cambiare qualcosa. E questa, forse, sarebbe la vittoria più spettacolare di tutte. Non quella di Putin. Non quella di Zelensky. Non quella di Bruxelles. Non quella di Washington. La vittoria sarebbe di chi riuscisse a convincere milioni di persone che non vale più la pena scegliere. A quel punto non servirebbero neppure le bombe. Basterebbe un’urna vuota. E forse è proprio questo il vero contagio: non Zelensky, non Putin, non la guerra, non la pace. Il contagio è l’idea che la democrazia possa essere rimandata a domani. Solo che, nella storia, il domani ha spesso la pessima abitudine di non arrivare.

Angelo Santoro

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Angelo Santoro

Angelo Santoro è un giornalista e scrittore. Editorialista di “Avanti Online”

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