
Le primarie statunitensi si svolgono all’interno dello stesso partito. Anche se i candidati si odiano, può accadere, il legame politico difficilmente si spezza. Al limite, il perdente resta a casa e ci riprova la prossima volta. Non necessariamente si fa una sua lista per partecipare lo stesso alle elezioni, per lo meno in trecento anni di storia non è mai successo. Solo in Italia potevano venire in mente le primarie di coalizione, dimenticandosi quanto avvenuto nel 1996. Trent’anni fa si chiamò Romano Prodi a guidare il centro sinistra, Prodi vinse le elezioni e tempo un anno il segretario del maggior partito della coalizione si accorse che un Paese normale ha come capo di governo il capo del partito che prende più voti, non un capo di coalizione. Prodi venne fatto cadere, la coalizione si disfò, il segretario del principale partito di maggioranza lo sostituì e il centro sinistra, a fine di una disastrata legislatura, riperse nuovamente.
Se le primarie di coalizione le vince il leader di un partito gregario, o un candidato terzo, nessuno può assicurare all’elettorato che non si ripeta lo schema dissolutivo del 1996. Così come nessuno può essere certo che la coalizione non si sfasci immediatamente dopo le primarie. Nel 2022, il Pd e i cinque stelle si presentarono separati alle elezioni e c’era pure un terzo polo. Mai si convincessero che insieme il fatidico 42 per cento, resta fuori portata, potrebbero decidere di correre da soli e tanti saluti.
La nuova legge elettorale presenta elementi bizzarri e tali da sollevare questioni di costituzionalità rilevanti. La maggioranza di governo non ha scritto la legge elettorale per la stabilità, il governo è stato stabilissimo con la legge precedente e comunque dalla legge elettorale non dipende la stabilità del governo, dipende il criterio della rappresentanza democratica. Ferruccio Parri lasciò il partito repubblicano che sosteneva la legge elettorale voluta da De Gasperi nel 1953. La legge de Gasperi aveva comunque una ratio, premiare una coalizione di partiti che prendeva il 50 più uno per cento dei voti. La legge elettorale voluta da Meloni, è priva di qualunque logica. In teoria entrambe le coalizioni potrebbero raggiungere il 42 per cento, o peggio una potrebbe avere un vantaggio dello zero virgola, dal che vai a capire cosa accadrebbe. In compenso questa legge serve a destabilizzare l’opposizione chiedendo di indicare un premier sulla scheda. Anche nel caso la Corte costituzionale bocciasse la legge, come sarebbe doveroso, non c’è un primo ministro nel nostro ordinamento costituzionale, c’è un primus inter pares, l’opposizione si mostrerebbe per quello che si sta mostrando, senza capo né coda.
L’opposizione davanti alla legge elettorale presentata dal governo avrebbe dovuto mantenere calma e gesso, votarle contro e dire che avrebbe vinto le elezioni con qualsiasi legge elettorale. Invece si è messa a discutere. Primarie si e primarie no. Sui giornali si legge che Schlein e Conte non si parlano e quello che è peggio si sono iniziati a mettere veti sugli altri partiti. Già il 42 per cento è un obiettivo difficile da raggiungere per il campo largo, senza Renzi rischia di essere un miraggio. Così come c’è la possibilità che entrambe le coalizioni possano raggiungere il 42 per cento dei voti, c’è quella che nessuno raggiunga questa quota. Il paese tornerebbe al proporzionale ed il governo si dovrebbe comporre in Parlamento. Allora si che se ne vedrebbero delle belle.
Le condizioni internazionali ed economiche richiederebbero una formula di solidarietà nazionale, sin da questo momento, dove lo scontro fra i partiti, è solo tempo perso. Temi come l’energia, la difesa, la scuola, la salute, la Giustizia, dovrebbero essere trattati nell’esclusivo interesse generale e non divenire oggetto di polemica. Un paese normale lo si vede dalla capacità di affrontare questi aspetti della vita pubblica con la necessaria sobrietà e desiderio di collaborazione. Quella che manca.
Riccardo Bruno
Direttore politico de “La Voce Repubblicana”

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