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Quando le pecche del sistema bancario diventano alibi
ALTRO CHE CENSURA DEGLI UTILI BANCARI

È nella crisi che si mettono alla prova le capacità di un buon banchiere e di un buon Governo. Di Angelo Di Mattia

di Angelo Di Mattia | 13 Maggio 2009

Una coincidentia oppositorum? La Robin tax per le banche, prima, i Tremonti bond, poi. La elogiata solidità degli istituti di credito di fronte alla crisi – e si dovrebbe ricordare che essa è frutto principalmente dell’opera della Banca d’Italia dal 1993 in poi – e la contestazione, mossa dal Presidente del Consiglio, dei loro utili “elevati, perfino eccessivi”, seguita dalla richiesta di un intervento dell’Istituto di via Nazionale. L’autonomia del banchiere e la disciplina dirigistica sui Prefetti.

Finora, non si era mai letto di un monito istituzionale perché un’impresa, bancaria o no, produca meno utili. Ma gli istituti si dicono a posto con la coscienza. Sia chiaro. Le banche dovrebbero e potrebbero fare di più. I ritardi sul versante della trasparenza, dell’equilibrio delle condizioni contrattuali, della concorrenza sono resi più evidenti dal marasma finanziario globale. Mario Draghi ha giustamente ricordato che è nella crisi che si mettono alla prova le capacità di un buon banchiere.

Deve svilupparsi l’attitudine degli istituti a valutare i progetti, anziché attribuire un valore assoluto alle garanzie reali. Si deve guardare maggiormente al futuro, anche alla redditività differita. Ma i problemi del credito dipendono da fattori di domanda e di offerta. Non si possono chiudere gli occhi – e ritenere una panacea la extravagante ipotesi di contrazione degli utili, che invece sono necessari per la stabilità, come conseguenza di una sana e prudente gestione – di fronte al fatto che se si irrigidiscono le condizioni dei finanziamenti ciò è dovuto, innanzitutto, all’attuale deterioramento del quadro economico, che accentua il rischio.

Che un Organo di controllo possa mutare quadrata rotundis è illusorio. La Banca d’Italia, com’è nella sua tradizione, ha finora adottato tutte le possibili misure e i necessari controlli – sia come Vigilanza, sia come banca centrale partecipe del Sistema europeo incentrato nella Bce – perché il credito possa fluire meglio alle imprese (trasparenza e pulizia dei bilanci, riforma dell’ “interbancario”, etc.) senza superare il confine al di là del quale vi sono dirigismo e supergestione.

Purtroppo, normative legislative diffusamente criticate – sui Prefetti, sulle norme anti scalata, sulla proroga depotenziante della class action, etc. – non perseguono certo la finalità di sostenere trasparenza e concorrenza. E, poi, nella disciplina dei Tremonti bond non è compresa una previsione sulla coerenza delle politiche di produzione degli utili, non certo da ridimensionare, con le ricapitalizzazioni?

Il fatto è che le pecche del sistema bancario – accanto a innegabili punti di forza – rischiano di costituire un alibi per non affrontare quella parte del deterioramento del credito che è legata al peggioramento congiunturale. Perché confrontarsi con questo aspetto cruciale significa chiamare in ballo la politica economica, non considerare precluso un maggiore sostegno alla domanda aggregata, non gloriarsi delle stime economiche che sarebbero migliori di quelle di alcuni altri Paesi, dal momento che le nostre – peggiori per alcuni parametri, quali il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto o per il misero avanzo primario – riguardano una realtà afflitta da mali strutturali, altrove non così presenti; significa porsi il tema del rilancio delle riforme di struttura: insomma comporta impegni proprio del Governo non certo di banche centrali o di authority.

Non è che le banche costituiscano una semplice intendance che suivra. I loro problemi, per una certa parte, sono autonomi. E’ necessario che i banchieri siano maggiormente consapevoli degli interessi generali e che dismettano atteggiamenti a volte burocraticamente cautelosi. Il banchiere è schumpeterianamente eforo dell’economia. Deve assolvere adeguatamente a questa funzione. Ma, per la restante parte non marginale, si tratta di problemi indotti.

Occorre rompere il deleterio intreccio tra crisi finanziaria e crisi dell’economia reale. Ed è qui che, mentre le Autorità monetarie assolvono il proprio mandato, il Governo deve mostrare la sua capacità, preparando anche il Paese per il momento in cui si uscirà dalla crisi. Altro che censura degli utili bancari eccessivi.

Angelo Di Mattia
(da Terza Repubblica, giornale on line di Società Aperta)

Pubblicato in : Primo piano

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