
Ci sono frasi che rivelano molto più di quanto l’autore immagini. Quella dell’assessore milanese Gaia Romani sull’anagrafe – definita come luogo da cui “cogliere spie su situazioni sociali e politiche complesse” – appartiene esattamente a questa categoria. È una finestra aperta, per un istante, sulla cultura di governo che anima una parte della politica milanese: una cultura che da anni oscilla tra tecnocrazia e tentazione del controllo.
Il vero nodo non è l’anagrafe, ma l’idea stessa di amministrazione.
Perché il punto non è stabilire se davvero negli uffici di via Larga circolino dossier, segnalazioni o “spie”. Il punto è un altro, più profondo: che qualcuno pensi plausibile, naturale, persino virtuoso che un servizio pubblico debba scrutare la società invece di servirla.
È un rovesciamento gerarchico: il cittadino da amministrato diventa osservato.
E l’amministrazione, da strumento neutrale, si trasforma in lente politica.
È un passo piccolo nelle parole, enorme nelle implicazioni.
Un riflesso antico, mai davvero metabolizzato
La vicenda è preoccupante perché non è un incidente isolato. A Milano, la tentazione di usare la macchina pubblica come strumento di controllo è un filo rosso che ricompare regolarmente. Riemerge dove l’amministrazione è più opaca – edilizia, urbanistica, permessi – e riappare ora persino nell’anagrafe.
Non dovrebbe sorprendere: c’è un pezzo di establishment cittadino che, sotto la vernice europeista e progressiva, non ha mai fatto davvero i conti con le proprie radici culturali. Un pezzo che ha sempre vissuto il potere come prerogativa e il cittadino come destinatario passivo. In altre stagioni avevamo parole più dure per descrivere tutto questo. Oggi si preferisce minimizzare.
Ma il riflesso profonde è rimasto: l’amministrazione non come limite, ma come strumento di indirizzo politico.
La nuova veste: efficienza, dati, governance “smart”
La novità degli ultimi anni è che questa vecchia pulsione ha trovato un alleato nuovo e molto comodo: la tecnocrazia. Basta chiamare “monitoraggio”, “analisi dei fenomeni”, “data-driven decision making” ciò che in altri tempi si chiamava semplicemente controllo.
È il tratto distintivo della Milano contemporanea: una costante fusione tra amministrazione e managerialità bocconiana, tra procedura e governance, tra efficienza e discrezionalità.
Ma l’efficienza senza vincoli diventa un alibi.
E la tecnologia senza cultura liberale diventa un rischio.
Il principio liberale dimenticato: il potere deve temere il cittadino
Dovremmo ripeterlo come un mantra, perché vale più di mille piani strategici: non esiste libertà in un luogo in cui il controllore non ha timore del controllato. Non timore personale, ma timore istituzionale: quello che nasce da regole, trasparenza, limiti chiari, verifiche possibili.
Milano questo timore lo ha perso.
Lo si vede nell’edilizia, dove per anni il Comune ha agito in un limbo di discrezionalità che oggi presenta il conto.
Lo si vede nelle partecipate, sempre più autonome, ma sempre meno controllabili.
Lo si vede, ora, persino nel linguaggio con cui si descrivono i servizi demografici.
La frase dell’assessore è grave non perché riveli un sistema segreto, ma perché normalizza il sospetto che quel sistema sarebbe accettabile.
Il passo successivo arriva sempre: basta aspettare
La storia amministrativa italiana è chiara: quando un ente si convince di poter “leggere” la società dai propri uffici, presto si convince anche di poterla correggere, indirizzare, filtrare. E ogni volta la deriva inizia così: con un’innocua metafora, un «cogliere spie», un «segnale», un «indizio». Poi diventa prassi.
Per questo serve una risposta netta, non per punire un errore di comunicazione, ma per riaffermare un principio democratico che a Milano sembra essersi assottigliato pericolosamente: l’amministrazione è dei cittadini, non sul cittadino.
Se questa vicenda servirà almeno a ricordarlo, allora tutta la città avrà guadagnato qualcosa.
Se invece anche questa passerà liscia, allora sì: il vero problema non è l’anagrafe che ascolta, ma una politica che non ascolta più.
Luca Rampazzo

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