
Buona domenica, cari lettori.
È agosto. Tutto rallenta. Anche noi giornalisti, almeno per qualche settimana, allentiamo il ritmo. Le trasmissioni politiche che per undici mesi affrontano ogni argomento come fosse una questione di vita o di morte hanno già abbassato la serranda e riapriranno a settembre inoltrato. Come se il Paese, con encomiabile spirito di collaborazione, avesse deciso di sospendere i problemi fino al rientro dei conduttori. D’un tratto il dibattito si fa più leggero. Gli sbarchi non occupano più ogni apertura di telegiornale, la criminalità sembra meno urgente di quanto apparisse a luglio e perfino gli argomenti che fino a pochi giorni prima infiammavano i talk show si prendono una pausa. Chissà, forse hanno letto il calendario dei lavori parlamentari e, per educazione istituzionale, hanno deciso di adeguarsi. Anche la sanità sembra beneficiare dell’atmosfera vacanziera. Le liste d’attesa smettono di occupare le prime pagine, i pronto soccorso scompaiono dal dibattito pubblico e i tetti delle scuole ancora da bonificare sembrano improvvisamente meno impellenti. Eppure settembre arriva sempre con sorprendente puntualità. Gli unici che sembrano lavorare freneticamente sono gli operai, spesso stranieri, impegnati nei cantieri dell’A1 in mezzo a un traffico infernale. Di notte? Figuriamoci. Sarebbe troppo semplice. Molto meglio intervenire quando milioni di automobilisti sono già in coda. È forse una delle poche tradizioni bipartisan che governi di ogni colore hanno custodito con ammirevole continuità. Più che un piano della viabilità, sembra una rievocazione storica. Ogni estate, puntuale come il panettone a Natale, si celebra il rito nazionale dell’incolonnamento.

Ma torniamo alla politica.
Formalmente il Parlamento non chiude: semplicemente sospende per alcune settimane i lavori ordinari. Eppure, agli occhi dei cittadini, l’impressione è spesso diversa. L’istituzione chiamata a legiferare rallenta proprio mentre il resto del Paese continua a funzionare. Il messaggio percepito rischia di essere questo: “Se possiamo aspettare noi, possono aspettare anche i problemi”. Rispettare le leggi è importante. Dare l’esempio lo è ancora di più. Un parlamentare che continua a lavorare trasmette anche l’idea che il servizio pubblico venga prima della comodità personale. È lo stesso principio che ogni estate guida il medico che rinuncia a un turno di ferie perché il pronto soccorso è sotto organico, l’infermiere, il vigile del fuoco, il poliziotto, il macchinista o chiunque continui a garantire servizi essenziali mentre il Paese è in vacanza. Ma certo, ci sono gli uffici semideserti, le commissioni rinviate, le agende da riallineare. E magari la buvette che rischia persino di restare senza brioche appena sfornate. Un’emergenza che nessuna democrazia dovrebbe essere costretta ad affrontare. La politica ama definirsi “al servizio del Paese”. Espressione nobile, naturalmente. Solo che ad agosto quel servizio sembra seguire gli orari del negozio sotto casa: chiuso per ferie, ci rivediamo a settembre. Nel frattempo, i problemi sono gentilmente pregati di attendere il proprio turno. Insomma, ad agosto tutto sembra quasi uno scherzo. Perfino la politica. E viene da chiedersi se il cartello da appendere al portone non dovrebbe essere: “Pausa estiva dei lavori. Le emergenze sono pregate di ripresentarsi alla riapertura.” Quanto al resto dell’anno, cambia soprattutto la scenografia. Lo spettacolo continua. Solo con le luci accese.
Angelo Santoro

Mi trovo costretto a commentare me stesso perché i fatti si susseguono con una rapidità e un’imprevedibilità tali da riscrivere continuamente la cronaca. Avevo scritto: “Gli sbarchi non occupano più ogni apertura di telegiornale”. Ma alla luce di quanto accaduto a Ceuta dovrei correggermi così: “Fatta eccezione per il tema dei migranti, che continua a dominare gran parte delle aperture dei telegiornali”. E resta sullo sfondo, senza perdere intensità, il duello di parole tra Destra e Sinistra.