
Premessa necessaria: il governo italiano non ha cancellato Schengen, non ha chiuso le frontiere con la Spagna e non ha impedito ai cittadini europei di circolare. Ha semplicemente reintrodotto, per un periodo limitato, controlli mirati su chi arriva dalla Spagna, con particolare attenzione ai cittadini provenienti da Paesi esterni all’Unione europea.
È una possibilità prevista dalle stesse regole di Schengen quando uno Stato ritiene che esista un rischio serio per la sicurezza o per l’ordine pubblico. Schengen elimina normalmente i controlli alle frontiere interne, ma non obbliga i governi a restare immobili davanti a una crisi improvvisa.
La decisione italiana nasce da quanto accaduto a Ceuta, enclave spagnola in territorio africano, dove decine di migliaia di persone hanno attraversato in poche ore il confine con il Marocco. Un movimento di tali dimensioni non può essere considerato un normale fenomeno migratorio. È il cedimento improvviso di una frontiera esterna europea.
La Spagna sostiene di aver ripreso rapidamente il controllo della situazione e afferma che nessuno dei migranti abbia raggiunto il territorio continentale. Può essere vero. Ma un governo responsabile non è obbligato ad aspettare che il problema arrivi fisicamente sul proprio territorio prima di intervenire.
Il punto non è accusare Madrid di incapacità, ma verificare che una falla aperta nella frontiera europea non produca conseguenze negli altri Paesi. I controlli italiani sono temporanei, selettivi e non riguardano indiscriminatamente spagnoli, italiani o altri cittadini comunitari.
Pedro Sánchez ha reagito accusando alcuni governi europei di agire per ignoranza, pregiudizio o interesse politico. Una risposta eccessiva, perché l’Italia non ha dichiarato guerra alla Spagna. Ha utilizzato uno strumento previsto dal diritto europeo in seguito a un evento eccezionale.
Madrid ha ricordato che negli ultimi anni l’Italia ha ricevuto molti più migranti irregolari della Spagna. È vero, ma proprio per questo l’Italia conosce perfettamente il problema e sa cosa accade quando una crisi viene sottovalutata, lasciata crescere e poi scaricata sugli altri Stati europei.
Resta poi il ruolo del Marocco. Rabat rivendica da decenni Ceuta e Melilla e in passato ha già utilizzato il controllo dei flussi migratori come strumento di pressione sulla Spagna. Non esistono ancora prove definitive di una regia politica, ma pensare che decine di migliaia di persone si siano mosse tutte insieme per semplice coincidenza significa voler credere alle favole.
In una situazione emergenziale come questa sarebbe stato utile avere in Italia un’opposizione seria, capace di chiedere dati, proporre soluzioni e contestare, eventualmente, la proporzionalità della decisione. Invece il campo largo ha scelto ancora una volta la strada più facile: attaccare Giorgia Meloni, evocare Trump, tirare in ballo Vannacci e trasformare ogni questione in una guerra personale contro il governo, nella speranza che cada.
Perché sia chiaro: al campo largo interessa soprattutto questo.
Elly Schlein e Giuseppe Conte avrebbero potuto chiedere un vero piano europeo per la difesa delle frontiere esterne, controlli comuni, rimpatri più rapidi e maggiori responsabilità per i Paesi che non riescono a proteggere i propri confini. Sarebbe stata politica.
Hanno invece preferito la solita rappresentazione nella quale il governo è sempre autoritario, l’opposizione è sempre indignata e ogni problema concreto diventa il pretesto per una dichiarazione di trenta secondi sui social.
L’amara riflessione, al di là del tema specifico, è che il campo largo appare ormai sempre più a corto di idee. Non contesta le decisioni entrando nel merito. Non presenta una linea alternativa. Non spiega cosa avrebbe fatto al posto del governo. Si limita a dipingere ogni misura come un attentato alla democrazia, all’Europa o ai diritti umani.
Il risultato è che il Parlamento italiano, invece di affrontare una crisi internazionale con serietà, viene trascinato dentro una vomitevole telenovela in stile cubano, con il cattivo, il traditore, l’agente straniero e la vittima di turno.
Schengen è importante, ma non è una religione. Funziona soltanto quando le frontiere esterne vengono protette e gli Stati mantengono una reale fiducia reciproca. Quando una frontiera salta, i controlli interni tornano. Non perché qualcuno voglia distruggere l’Europa, ma perché l’Europa non ha ancora costruito un sistema veramente comune per difenderla.
Come sempre, si lasciano le regole vaghe, si permette a ogni Stato di procedere per conto proprio e poi si pontifica quando la stalla resta aperta e i buoi sono già scappati.
Non meravigliamoci, dunque, se alla fine ogni governo decide di proteggersi come può.
Piero Terracina

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